Si guardarono lungamente negli occhi, mentre le tazzine dei loro caffé non fumavano più, nonostante non l'avessero neanche sorseggiato. Là erano soltanto i loro occhi distribuiti in uno sguardo uniforme, brillante, intenso, quasi palpabile, là erano i loro pensieri e il rumore del silenzio, la pazzia dell'immobilità.
Le prese la mano, trascorse un istante e l' altra mano di Margaret si portò alla sua fronte. Accarezzò malinconicamente l' angolo di un occhio e finì per farla scivolare con un moto debole e infelice sul tavolo del bar, poi finalmente si decise a parlare.
Lo sguardo di lui si fece più triste e più scuro, prevedeva che sarebbe stata l’ultima volta che l’avrebbe tenuta per mano. Si stava facendo tardi, non volevano sciogliere quell'affetto. I lineamenti della mia amica erano diventati l’icona dell’implorazione eppure lottavano per non tradirla, io sapevo cosa significava: desiderava solo sentire ancora per un momento la perdita di possesso di sé, ma era cosciente di doversi aggrappare a quell’unico filo di realismo che ora doveva muovere le sue espressioni facciali, le sue corde vocali e i suoi pensieri.
Mi raccontava spesso le sue giornate, le sue sensazioni. Eravamo confidenti l’una dell’altra. Lei aveva il dono di farmi sentire reali i suoi ricordi, e vivacizzava ogni aneddoto in modo da colorirlo e renderlo familiare.
Pensavo alla sua sofferenza, a come lui la stava strappando all’amore, ma non c’erano alternative. Doveva lasciarlo, l’aveva perdonato una volta di troppo e aveva sbagliato, era il momento di riscattarsi da quella malattia.
Ora Margaret si sentiva come un bambino alle elementari davanti alla maestra pronta ad ascoltare una poesia imparata a memoria.
Fuori pioveva. Potevo vedere le gocce osservare la scena da dietro ai vetri. Cadevano così fitte che sembrava volessero accorrere per guardare anche loro la vita di un sentimento costretto all’agonia.
Guardai l’orologio appeso alla parete, poi il mio, si avvicinava l’ora della lezione ed io mi trovavo ancora dall’altra parte della città, dal bancone feci cenno a Margaret, per farle capire che bisognava andare. Decisi di incamminarmi da sola verso la porta e da lì la salutai. Pagai e uscii spedita verso la strada. Con un ombrello in mano, aperto, corsi per il viale. Il temporale era peggiorato, l’acqua scendeva giù per la strada formando rigagnoli che rompevano gli argini: sembrava che sfociassero in un lago. Poi mi addentrai nella strada principale, là feci in tempo a mettermi al riparo sotto una pensilina. Speravo che un po’ spiovesse, ma succedeva l’esatto contrario. L’autobus intanto non arrivava e le macchine ora erano intasate nel traffico, mi davano la sensazione di essere delle trote un po’ troppo grandi e ingombranti per quel posto annacquato.
La strada era molto larga e lunga, il mio sguardo sterminato, l’autobus era invisibile. Io impaziente stavo cercando un’altra soluzione invano. Intanto fissavo l’ombrello che nel tragitto mi aveva rotto il vento. I suoi colori stridevano con la cupezza della città eppure vi s’incastravano perfettamente e sembravano portare vivacità dove c’era soltanto furente malinconia. Nel frattempo, trascorrevano i minuti e nulla cambiava. L’atmosfera mi riportò a Margaret. Chissà se era riuscita nel primo passo verso la disintossicazione da quella storia. Girai il capo verso il viale e la vidi arrivare, diritta e anonima verso di me, con lo sguardo basso, poi lo alzò, mi guardò e brillò con un piccolo sorriso negli occhi, sembrava leggera, come se volasse oppure fui io a vederla così: mi sembrò che il suo maglione e le sue pupille fossero le sole due cose che s’intonavano al mio ombrello. Dopo arrivò l’autobus, stra-pieno di graffiti multicolorati.
_______________________
Nessun riferimento alla realtà.
mercoledì 29 luglio 2009
lunedì 27 luglio 2009
Ironia della sorte: "no, ma ... goditela questa moda di andare in giro coi piedi sporchi di fango, dalle mie parti ti guarderebbero male"
Chi dice che avere un proprio spazio nel mondo, a prescindere dagli altri, sia la chiave giusta per dimezzare i pensieri ha proprio ragione.
Se non avessi alcune novità bizzarre per le mani, certamente, in questo momento sarei sul mio lettino, a piagnucolare, per... per quello che non sono riuscita ad avere e che avrei tanto voluto.
Avrei avuto così tanto spazio vuoto nella testa da riuscire a pensare, in sequenza ripetitiva, al come e al perché sia potuto accadere che prima me ne interessassi (complemento di specificazione sottinteso) e poi me ne dovessi distaccare a metà del giro.
In questo momento, invece, è tutto molto più facile. Sarà grazie al caldo che mi mette di buon umore e ai piccoli progetti futuri per i quali incrocio le dita dei piedi (così non si vede che sono scaramantica - ops, l'ho scritto...), ma non c'è tempo per nient'altro.
E poi, diciamola tutta: se ci piangiamo addosso diamo fastidio agli altri che si chiedono il perché, dato che non ne abbiamo motivo, in fondo, siamo fortunati a non essere nati dentro una favela e a non doverci prostituire all'età di sette anni (certe volte mi chiedo se pure per la gente veramente sfortunata, le persone si lamenterebbero dei loro sfoghi).
Quindi la mia nuova politica sembra essere diventata (ma mi sa che non riuscirò a portarla a termine), quella di scrivere solo quando tutto va bene, e di argomenti "normali", che non distruggono gli equilibri naturali della Terra (di squilibri, in effetti, ne è già fin troppo piena da sola, senza che mi ci metta pure io)*.
E così, NIENTE, mi andava di dire tre o quattro parole stasera, nel mio blog o casa virtuale, dove si può parlare di tutto ed esporsi liberamente alla pubblica gogna.
* Per qualche motivo, sembra che lo abbia già fatto in questo post.
___________________________________________________________________
Il motivo di queste riflessioni è che mi spiazza il genere umano: incapace di star fermo un attimo per ascoltare e per ascoltarsi, in grado di lamentarsi sempre di tutto e di tutti, anche se tutto e tutti navigano sempre sopra la stessa barca che sbaglia sempre rotta per (e pur di) accontentare tutti e tutto.
Se non avessi alcune novità bizzarre per le mani, certamente, in questo momento sarei sul mio lettino, a piagnucolare, per... per quello che non sono riuscita ad avere e che avrei tanto voluto.
Avrei avuto così tanto spazio vuoto nella testa da riuscire a pensare, in sequenza ripetitiva, al come e al perché sia potuto accadere che prima me ne interessassi (complemento di specificazione sottinteso) e poi me ne dovessi distaccare a metà del giro.
In questo momento, invece, è tutto molto più facile. Sarà grazie al caldo che mi mette di buon umore e ai piccoli progetti futuri per i quali incrocio le dita dei piedi (così non si vede che sono scaramantica - ops, l'ho scritto...), ma non c'è tempo per nient'altro.
E poi, diciamola tutta: se ci piangiamo addosso diamo fastidio agli altri che si chiedono il perché, dato che non ne abbiamo motivo, in fondo, siamo fortunati a non essere nati dentro una favela e a non doverci prostituire all'età di sette anni (certe volte mi chiedo se pure per la gente veramente sfortunata, le persone si lamenterebbero dei loro sfoghi).
Quindi la mia nuova politica sembra essere diventata (ma mi sa che non riuscirò a portarla a termine), quella di scrivere solo quando tutto va bene, e di argomenti "normali", che non distruggono gli equilibri naturali della Terra (di squilibri, in effetti, ne è già fin troppo piena da sola, senza che mi ci metta pure io)*.
E così, NIENTE, mi andava di dire tre o quattro parole stasera, nel mio blog o casa virtuale, dove si può parlare di tutto ed esporsi liberamente alla pubblica gogna.
* Per qualche motivo, sembra che lo abbia già fatto in questo post.
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Il motivo di queste riflessioni è che mi spiazza il genere umano: incapace di star fermo un attimo per ascoltare e per ascoltarsi, in grado di lamentarsi sempre di tutto e di tutti, anche se tutto e tutti navigano sempre sopra la stessa barca che sbaglia sempre rotta per (e pur di) accontentare tutti e tutto.
venerdì 24 luglio 2009
"Sii te stessa" - diciottesimo atto?!
Rouge si veste da acida, da antipatica, da consigliera, da simpatica, da personaggio. Ha uno specchio dentro camera sua, e ogni volta che si guarda vede Anna, che a sua volta dentro i suoi occhi osserva Anna Maria.
Anna Maria è una bambina, contenta del suo nome ricamato su una gonna di jeans, e ogni volta che può la indossa per andare a scuola materna ed essere contenta del suo vestito esclusivo.
Anna è la bambina che lotta per avere un paio di scarpe molto, molto tamarre, che hanno quasi tutte le bambine che conosce, hanno un triangolo di ferro sulla punta, le ottiene ed è fiera di poter essere come tutti gli altri.
Rouge non è attenta agli oggetti, a lei non interessa la superficialità. Rouge vuole andare all'essenza di ciò che le sta intorno, prima di scrivere riflette, spesso, attentamente. Vuole essere sicura di ciò che sta per dire, perlomeno per se stessa. Valuta ipotesi e le scandaglia, alla fine sceglie il suo pensiero. Non è mai avventata. Oddio, lei tenta di essere così, poi si accorge di non esserlo quando vede Anna.
Anna è naturale in tutto, se ha voglia di non avere voglia la coglie interamente, se si prefissa un obiettivo lo prende di sicuro.
Rouge parla, e parla, e parla, di discorsi inenarrabili entro cui nuota nonostante le reti in cui s'impiglia.
C'è questa, quella, quell'altra ancora, ma alla fine, chi resta è una persona, che in fondo, fa sempre ciò che le va a genio senza bisogno di lottare per farsi incastrare in una categoria: non la riconosce nessuno come simile e forse, sarà che stasera si sente molto Anna Maria, ma ne è felice.
P.S.= emo non sono... punk non sono... fashion non sono... raggea non sono... giovane non sono... vecchia non sono... scema non sono... furba non sono... sì, irritante sì, ma che sarà mai :P
Anna Maria è una bambina, contenta del suo nome ricamato su una gonna di jeans, e ogni volta che può la indossa per andare a scuola materna ed essere contenta del suo vestito esclusivo.
Anna è la bambina che lotta per avere un paio di scarpe molto, molto tamarre, che hanno quasi tutte le bambine che conosce, hanno un triangolo di ferro sulla punta, le ottiene ed è fiera di poter essere come tutti gli altri.
Rouge non è attenta agli oggetti, a lei non interessa la superficialità. Rouge vuole andare all'essenza di ciò che le sta intorno, prima di scrivere riflette, spesso, attentamente. Vuole essere sicura di ciò che sta per dire, perlomeno per se stessa. Valuta ipotesi e le scandaglia, alla fine sceglie il suo pensiero. Non è mai avventata. Oddio, lei tenta di essere così, poi si accorge di non esserlo quando vede Anna.
Anna è naturale in tutto, se ha voglia di non avere voglia la coglie interamente, se si prefissa un obiettivo lo prende di sicuro.
Rouge parla, e parla, e parla, di discorsi inenarrabili entro cui nuota nonostante le reti in cui s'impiglia.
C'è questa, quella, quell'altra ancora, ma alla fine, chi resta è una persona, che in fondo, fa sempre ciò che le va a genio senza bisogno di lottare per farsi incastrare in una categoria: non la riconosce nessuno come simile e forse, sarà che stasera si sente molto Anna Maria, ma ne è felice.
P.S.= emo non sono... punk non sono... fashion non sono... raggea non sono... giovane non sono... vecchia non sono... scema non sono... furba non sono... sì, irritante sì, ma che sarà mai :P
Ma perché proprio adesso? -.-''
Siamo a metà Luglio, fuori c'è un caldo insopportabile, dentro si sta anche peggio, tutti si stanno preparando per andare in vacanza e sono eccitati, tutti hanno scelto mete tranquille e tutto è sereno.
IO.
Io sarei anche contenta, anzi, io sono felice, sono più che entusiasta, sono strabiliantemente entusiasmata di andare in vacanza, da SOLA, all'ESTERO, per la prima volta, però, con la storia dell'influenza, un po' il latte alle ginocchia mi sta facendo le bollicine.
IO.
Io sarei anche contenta, anzi, io sono felice, sono più che entusiasta, sono strabiliantemente entusiasmata di andare in vacanza, da SOLA, all'ESTERO, per la prima volta, però, con la storia dell'influenza, un po' il latte alle ginocchia mi sta facendo le bollicine.
Cosa te ne fai della ragione?
Credo di essermi ri-addormentata alle cinque passate, stanotte. Evidentemente mentre stai dormendo non puoi sapere cosa succede, ma di sicuro quel qualcosa ti sveglia, e se lo fa, l'ideale sarebbe che non sta succedendo niente di grave, eppure di solito, nel cuore della notte, se qualcuno urla, quasi mai sta ballando la samba e nemmeno sta giocando a nascondino, oppure, forse, a nascondino sì.
Chissà come, ma riescono a bruciare decine e decine di automobili in sosta, e a non farsi mai trovare.
Sono andate a fuoco ben tre automobili, la notte appena trascorsa. Una accanto all'altra, e per fortuna non ci sono andate di mezzo le persone. La casa di fronte alla strada in cui erano situate le auto, si è accesa di una luce arancione fiammeggiante con riflesso del fuoco delle macchine. Da casa mia potevo sentire anche gli scoppi.
Abbiamo chiamato i vigili del fuoco (e non soltanto noi) ma, prima che potessero arrivare il danno era già stato fatto.
In certi momenti ti fermi un attimo a pensare, alla tua auto che è ferma sotto casa, e guardi la fila di auto che sono posteggiate davanti alla tua, e pensi.
Pensi che la donna che piange per la macchina non ha per niente torto. Non c'è nessun perché che possa giustificare un atto del genere, e anche se ne trovassero uno, per me non sarebbe una giustificazione che possa in qualche modo scagionare chi compie questi scempi.
Un auto bruciata, provoca danni enormi: alle case alle quali sono adiacenti, alle altre auto che i proprietari non hanno il tempo di spostare, e anche alle persone, sicuramente moralmente e nel peggiore dei casi anche fisicamente.
Mi faccio tante domande, tutte, ovviamente retoriche, poi l'unica cosa che riesco seriamente a scrivere è che spero, non capiti mai nulla proprio sotto casa mia.
Chissà come, ma riescono a bruciare decine e decine di automobili in sosta, e a non farsi mai trovare.
Sono andate a fuoco ben tre automobili, la notte appena trascorsa. Una accanto all'altra, e per fortuna non ci sono andate di mezzo le persone. La casa di fronte alla strada in cui erano situate le auto, si è accesa di una luce arancione fiammeggiante con riflesso del fuoco delle macchine. Da casa mia potevo sentire anche gli scoppi.
Abbiamo chiamato i vigili del fuoco (e non soltanto noi) ma, prima che potessero arrivare il danno era già stato fatto.
In certi momenti ti fermi un attimo a pensare, alla tua auto che è ferma sotto casa, e guardi la fila di auto che sono posteggiate davanti alla tua, e pensi.
Pensi che la donna che piange per la macchina non ha per niente torto. Non c'è nessun perché che possa giustificare un atto del genere, e anche se ne trovassero uno, per me non sarebbe una giustificazione che possa in qualche modo scagionare chi compie questi scempi.
Un auto bruciata, provoca danni enormi: alle case alle quali sono adiacenti, alle altre auto che i proprietari non hanno il tempo di spostare, e anche alle persone, sicuramente moralmente e nel peggiore dei casi anche fisicamente.
Mi faccio tante domande, tutte, ovviamente retoriche, poi l'unica cosa che riesco seriamente a scrivere è che spero, non capiti mai nulla proprio sotto casa mia.
lunedì 20 luglio 2009
Post rosa. Plus rosa. Rosa rosa. Rosarrosa.
Alcuni mesi fa la faccia del mio blog era blu, sopra c'era un'immagine prevalentemente dello stesso colore, sembrava una sera di pioggia, o almeno è in questo modo che io la ricordo. Al lato suonava una canzone di Guccini che porta il mio nome.
Non ricordo nel frattempo che post o che racconti scrivevo, ma so che non ero molto felice, e che certamente lo raccontavo, o m'impegnavo per farlo, sfogandomi più o meno, per liberarmi di qualche stato d'animo.
Ci sono stati momenti divertenti, in cui, mi lasciavo andare alla mia allegria, che sempre più spesso a qualcuno sembra assente, ma c'è, non se ne va mai. Il mio cervello partorisce tutta una serie di stupidaggini "in fila per sei col resto di due" e lo fa in pochissimi decimi di secondo. Mi vengono in mente battute cattive, che farebbero arrabbiare chiunque, ma non le pronuncio alcune volte per non offendere, perché scherzare va bene ma non sempre, anche se "me le tirano fuori dalle unghie" non è detto che si possa ridere di tutto e di tutti. Infatti, più volte scelgo di non farlo. Eccetto in rari casi.
Io non so, vorrei tanto scrivere di chissà cosa, ma mi ritrovo a parlare di niente stasera. Oggi non sono allegra, né mi vengono in mente battutine di qualche tipo, o forse sì, ma è meglio zittirle, mi sa che "ho già dato" abbondantemente ed era meglio tacere, di gran lunga lo era.
Bo. Vorrei scrivere per professione. (Ecco, un altro dei miei crucci irrisolti).
Poi bo, vorrei non morire insoddisfatta. (Ecco, sono già insoddisfatta. Sarebbe meglio scrivere che non vorrei morire adesso).
Stasera in televisione ho rivisto un film, era una commedia d'amore, la mezza fantasma (protagonista), aveva una questione irrisolta che la bloccava sulla terra, in pratica: il vero amore a cui era destinata e che doveva incontrare la sera dell'incidente in un appuntamento al buio, le bloccava lo spirito, e siccome dovevano congiungersi (le anime gemelle - siamesi - di solito lo fanno) se lei fosse morta non sarebbe mai accaduto.
Mi piacciono i finali lieti. Se io morissi ora, morirei irrisolta. Non è possibile. Non può succedere a me e non proprio ora. Prima devo entrare in qualche libro di letteratura... dovessi anche fare a botte con la pagina dedicata ad Asor Rosa che fa simpatia a mia sorella, io ci devo riuscire.
Poi, devo trovare il mio MIAO siamese, che si è nascosto da qualche parte, perché se tutti ne hanno uno, devo averlo anche io. Se lo conosco già, la questione è ancora più irrisolta perché lui non c'è, e per qualche ragione, saremo anche destinati a stare insieme, ma qualcosa ce lo impedisce, tutto questo non mi sorprende considerato il gran culo che mi ritrovo (scusate l'eleganza, ma ogni tanto devo far sfoggio delle mie perle... brillanti! Pardon).
E insomma, scavando scavando, alla ricerca delle non soluzioni, ammetto che mi basterebbero solo queste due cose a farmi felice. Tutto il resto va benissimo.
Ho una macchina che non ho nemmeno chiesto, il prossimo mese vado in Scozia, mi sa che sono alla fine dei miei studi sul serio. Sono serena. Non ho altro da desiderare.
Eppure, piango. Dentro ho una faccia che piange, dietro ad una battuta pungente che alcune volte dico e spesso taccio. Piango, ma poi mi passa, se non penso, ma chi non pensa?!
L'ideale è pensare in rosa, più rosa di Asor Rosa, ci vuole impegno (e un po' di serietà che nelle ultime quaranta righine mi è venuta a mancare).
Ossequi.
domenica 12 luglio 2009
Dedicato.
Non ho dormito molto stanotte, ho letto un po' prima di addormentarmi. Mi sono svegliata all'alba e ho passeggiato per la stanza in attesa di prendere sonno. Mi sono appoggiata al letto e ho pensato agli oggetti e anche alle persone.
Un oggetto, spesso, si traveste da affetto, ma non sa fare gran belle figure, sembra goffo e spaesato e si fa guardare male un po' da tutti, eppure non c'è individuo che non lo invita volentieri ad una festa, a volte perché deve, altre volte perché lo diverte.
Altre volte è l'affetto a indossare la maschera dell'oggetto e se ne va in giro dicendo di essere importante, facendo lo smargiasso, non accarezza e non ha parole care da riferire, ha solo l'unico modo che conosce per relazionarsi: usare e farsi usare, farsi guardare e sotto sotto far pensare che vuole bene, ma sempre con un'aria da sbruffone. Un oggetto di questo tipo è molto invidiato e pertanto tiene lontane le persone che lo possiedono, perché hanno già tutto e si pensa che non serva loro dell'altro, oppure le tengono ancora più vicine, perché chissà, magari potrebbero tornare utili.
Delle volte le parole vanno a braccetto con gli oggetti e illuminano la strada che stanno percorrendo, fino a suonare un campanello, fino a rendere felice il viso di un bambino o di un adulto diventato piccolo solo per l'occasione.
Certe volte gli oggetti mancano, altre volte se ne farebbe volentieri a meno pur di vedere in faccia cosa nascondono, per comprendere la loro essenza.
Gli oggetti sono spesso l'anima delle persone che li comprano e sono la loro condizione sociale: ci sono oggetti belli, oggetti brutti, oggetti vuoti, oggetti utili.
Ci sono oggetti che restano su uno scaffale perché ci sono persone che non li comprano e la loro anima è riconoscibile lo stesso, solo che si nasconde insieme alla loro essenza.
Nulla è mai veramente spiegato se non con le parole e anche loro spesso sono inutili, come chi le usa e le rispecchia, oppure sanno essere valide, validissime, e restano per sempre per chi le usa e in chi le rispecchia.
Un oggetto, spesso, si traveste da affetto, ma non sa fare gran belle figure, sembra goffo e spaesato e si fa guardare male un po' da tutti, eppure non c'è individuo che non lo invita volentieri ad una festa, a volte perché deve, altre volte perché lo diverte.
Altre volte è l'affetto a indossare la maschera dell'oggetto e se ne va in giro dicendo di essere importante, facendo lo smargiasso, non accarezza e non ha parole care da riferire, ha solo l'unico modo che conosce per relazionarsi: usare e farsi usare, farsi guardare e sotto sotto far pensare che vuole bene, ma sempre con un'aria da sbruffone. Un oggetto di questo tipo è molto invidiato e pertanto tiene lontane le persone che lo possiedono, perché hanno già tutto e si pensa che non serva loro dell'altro, oppure le tengono ancora più vicine, perché chissà, magari potrebbero tornare utili.
Delle volte le parole vanno a braccetto con gli oggetti e illuminano la strada che stanno percorrendo, fino a suonare un campanello, fino a rendere felice il viso di un bambino o di un adulto diventato piccolo solo per l'occasione.
Certe volte gli oggetti mancano, altre volte se ne farebbe volentieri a meno pur di vedere in faccia cosa nascondono, per comprendere la loro essenza.
Gli oggetti sono spesso l'anima delle persone che li comprano e sono la loro condizione sociale: ci sono oggetti belli, oggetti brutti, oggetti vuoti, oggetti utili.
Ci sono oggetti che restano su uno scaffale perché ci sono persone che non li comprano e la loro anima è riconoscibile lo stesso, solo che si nasconde insieme alla loro essenza.
Nulla è mai veramente spiegato se non con le parole e anche loro spesso sono inutili, come chi le usa e le rispecchia, oppure sanno essere valide, validissime, e restano per sempre per chi le usa e in chi le rispecchia.
martedì 7 luglio 2009
Sbagliato umano (e non è un errore).
Ho cominciato a dannarmi alla ricerca del sentiero giallo a metà dell'ultimo anno del liceo. Da allora non credo di aver camminato su qualcosa che somigliasse almeno un po' al giallo ma ho proseguito lo stesso e continuerò a farlo.
Avevo appena diciott'anni e sentivo parlare le mie compagne di classe: ciascuna di loro sapeva già quale strada avrebbe intrapreso, se quella delle nozze o dell' università, o di entrambe le cose.
Io ero riuscita a sorprendere tutti a casa, nessuno di loro se l'aspettava che avrei fatto una scelta simile: una mattina uscii di casa e andai a cercare un lavoro, così, senza pensarci due volte.
In fondo, nello studio ormai da cinque anni non ero più costante, e sapevo da sola che avrei dovuto lasciare perdere tutte le speranze che i miei genitori avevano caricato dentro il mio zaino insieme ai libri.
Girai a zonzo per un'intera settimana, fingendo che sarei andata al mare con una mia amica, finché non trovai un lavoro. In realtà due in uno. Lavoravo come gelataia part-time e come baby-sitter il fine settimana per i miei capi-coniugi.
Eppure nonostante fossi indipendente e mai sola, sempre circondata di persone, sentivo che c'era qualcosa che mi mancava. La mia strada non era quella, oltretutto, mal sopportavo di vedere i lacci colorati dei costumi legati al collo delle altre coetanee che venivano a prendersi i ghiaccioli, di ritorno dal mare.
La mia Estate dopo il diploma fu un completo disastro, ma ero parzialmente indipendente dai miei, sebbene, non mi guardassero più nemmeno in faccia quando aprivo la bocca.
L'anno seguente trovai anche l'amore. Era molto più grande di me. Diceva di amarmi con uno sguardo ed una voce, con quel suo modo che tutt'oggi mi è ancora impossibile da descrivere. Dicevo anch'io d'amarlo, con lo sguardo e la voce tipica di chi ama.
Nemmeno di questa scelta furono contenti a casa mia e quando gli presentai il mio fidanzato non aprirono bocca. Non lo fecero nemmeno le volte seguenti e fu molto meglio così, perché se l'avessero fatto, immagino anche con quale tipo di lama tagliente avrebbero affilato le loro parole.
Eppure, nonostante questo, nonostante potessi vantarmi d'aver raggiunto l'indipendenza, di vivere l'amore, nonostante non dovessi più studiare per farmi giudicare da qualcuno, ma soltanto per imparare meglio l'arte di capire gli altri, nonostante tutto, io gli altri non li capivo lo stesso, e mi sentivo ancora insoddisfatta.
Io e il mio lui decidemmo di andare a vivere insieme. Tutto il vicinato ci osservava ogni volta che uscivamo di casa, se andavamo tardi o presto, guardavano se e come eravamo vestiti, era insopportabile, ma aspettavamo che facessero l'abitudine a noi due, anche se nel frattempo ce ne sbattevamo alla grande.
Ogni tanto avevo voglia di tornare a casa dai miei per trovarli, ma non mi piaceva la loro accoglienza, mi facevano sentire sbagliata, e sicuramente lo ero.
Avrei dovuto mettermi a studiare e magari non come una pazza ma con i miei tempi sarei riuscita lo stesso a terminare e prendere un'agognata laurea che mi sarebbe servita a qualcosa (anche se adesso non mi sovviene cosa), avrei dovuto farmi mantenere fino a quando avrei concluso gli studi così non mi sarei fatta sfruttare da qualche datore di lavoro per poche centinaia di euro, avrei dovuto incontrare qualche ragazzo della mia età e magari instaurare un bel rapporto fatto di letterine e regalini e cioccolatini per la festa di San Valentino per poi tagliare i ponti con lui in vista delle sue giovanili esperienze irrinunciabili, ma al contempo anche una via d'uscita per me per poter diventare più forte e più donna, per potermi divertire di più e non innamorarmi della persona sbagliata.
Avrei dovuto fare tutto questo e magari non sarei stata sbagliata io, o forse sì.
Avevo appena diciott'anni e sentivo parlare le mie compagne di classe: ciascuna di loro sapeva già quale strada avrebbe intrapreso, se quella delle nozze o dell' università, o di entrambe le cose.
Io ero riuscita a sorprendere tutti a casa, nessuno di loro se l'aspettava che avrei fatto una scelta simile: una mattina uscii di casa e andai a cercare un lavoro, così, senza pensarci due volte.
In fondo, nello studio ormai da cinque anni non ero più costante, e sapevo da sola che avrei dovuto lasciare perdere tutte le speranze che i miei genitori avevano caricato dentro il mio zaino insieme ai libri.
Girai a zonzo per un'intera settimana, fingendo che sarei andata al mare con una mia amica, finché non trovai un lavoro. In realtà due in uno. Lavoravo come gelataia part-time e come baby-sitter il fine settimana per i miei capi-coniugi.
Eppure nonostante fossi indipendente e mai sola, sempre circondata di persone, sentivo che c'era qualcosa che mi mancava. La mia strada non era quella, oltretutto, mal sopportavo di vedere i lacci colorati dei costumi legati al collo delle altre coetanee che venivano a prendersi i ghiaccioli, di ritorno dal mare.
La mia Estate dopo il diploma fu un completo disastro, ma ero parzialmente indipendente dai miei, sebbene, non mi guardassero più nemmeno in faccia quando aprivo la bocca.
L'anno seguente trovai anche l'amore. Era molto più grande di me. Diceva di amarmi con uno sguardo ed una voce, con quel suo modo che tutt'oggi mi è ancora impossibile da descrivere. Dicevo anch'io d'amarlo, con lo sguardo e la voce tipica di chi ama.
Nemmeno di questa scelta furono contenti a casa mia e quando gli presentai il mio fidanzato non aprirono bocca. Non lo fecero nemmeno le volte seguenti e fu molto meglio così, perché se l'avessero fatto, immagino anche con quale tipo di lama tagliente avrebbero affilato le loro parole.
Eppure, nonostante questo, nonostante potessi vantarmi d'aver raggiunto l'indipendenza, di vivere l'amore, nonostante non dovessi più studiare per farmi giudicare da qualcuno, ma soltanto per imparare meglio l'arte di capire gli altri, nonostante tutto, io gli altri non li capivo lo stesso, e mi sentivo ancora insoddisfatta.
Io e il mio lui decidemmo di andare a vivere insieme. Tutto il vicinato ci osservava ogni volta che uscivamo di casa, se andavamo tardi o presto, guardavano se e come eravamo vestiti, era insopportabile, ma aspettavamo che facessero l'abitudine a noi due, anche se nel frattempo ce ne sbattevamo alla grande.
Ogni tanto avevo voglia di tornare a casa dai miei per trovarli, ma non mi piaceva la loro accoglienza, mi facevano sentire sbagliata, e sicuramente lo ero.
Avrei dovuto mettermi a studiare e magari non come una pazza ma con i miei tempi sarei riuscita lo stesso a terminare e prendere un'agognata laurea che mi sarebbe servita a qualcosa (anche se adesso non mi sovviene cosa), avrei dovuto farmi mantenere fino a quando avrei concluso gli studi così non mi sarei fatta sfruttare da qualche datore di lavoro per poche centinaia di euro, avrei dovuto incontrare qualche ragazzo della mia età e magari instaurare un bel rapporto fatto di letterine e regalini e cioccolatini per la festa di San Valentino per poi tagliare i ponti con lui in vista delle sue giovanili esperienze irrinunciabili, ma al contempo anche una via d'uscita per me per poter diventare più forte e più donna, per potermi divertire di più e non innamorarmi della persona sbagliata.
Avrei dovuto fare tutto questo e magari non sarei stata sbagliata io, o forse sì.
mercoledì 1 luglio 2009
Secondo me
Su Facebook hanno creato moltissimi gruppi, che sostanzialmente si possono dividere in alcune categorie che contengono sottogruppi, a me piacciono quelli romantici:
- Tristi e malinconiche: rappresentate dall'immagine di una ragazza o ragazzina rannicchiata che piange e da una frase ricca di autostima (per chi crede nei sogni e non vuole smettere mai di sperare). In pratica un ingorgo di gente che sogna, soffre perché il sogno non lo porta da nessuna parte, non vuole smettere di farlo e persevera condividendo questo gruppo. Sconsigliato alle persone che cercano invano di svegliarsi, ma ormai è tempo sprecato;
- Vendicativi: è un gruppo che contiene gente di tutte le età, le quali dopo aver tanto sognato si sono dovute svegliare per mandare a quel paese qualcuno che ha fatto loro del male. Sconsigliato a chi ha ancora il cuscino disegnato in faccia dopo essersi alzato dal letto e sa che si addormenterà di nuovo, magari, si spera che non succeda mentre è in piedi come i cavalli;
- Fieri di sé: è il gruppo consigliato a chi non ha bisogno di sognare perché vive già dentro un sogno ma ad occhi aperti. E' il gruppo che tutte le altre categorie guardano da lontano e vorrebbero poter condividere. Più o meno su facebook non esiste.
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