mercoledì 29 aprile 2009

stalking globale

Ho compreso che non si può fare affidamento su nessuno, che l' ipocrisia più divora gli occhi della gente più fa credere loro che gli altri siano ipocriti nei loro confronti.
Amo le persone oneste, quelle che se fanno male lo sanno, quelle che si pentono e in qualche modo cercano di riparare, amo le persone giuste che non fanno mai male se non accidentalmente.
Amo chi non si schiera soltanto a parole verso la parte buona e poi appena può sbattersene e camminare sopra il buono lo fa senza nemmeno riflettere o avere i rimorsi di coscienza.
Amo chi possiede una coscienza.
Amo chi non parla di omertà se sa di essere omertoso, anche se non amo gli omertosi, diciamo che amo chi sa prendersi la responsabilità di ciò che è, poi se fa schifo sono affari suoi e di chi non glielo dice.
Amo l'amore anche se non riesco mai a vederlo. Di solito amo la maschera d' amore, m' accorgo dopo che è solo una maschera, ma nel frattempo mi prende le forze interamente.
Amo chi non si prende gioco dei sentimenti delle persone e, purtroppo, non sono in tanti.
Amo chi non giudica a priori le persone, senza conoscerle, e chi sa cambiare idea ma senza ricadere nello sbaglio nuovamente con un'altra persona.
Amo chi lascia il beneficio del dubbio ai pareri discordanti rispetto al proprio.
Amo chi mi ama, amo meno chi non mi ama, amo chi non mi ama ma mi fa credere che mi ama, non amo questi pensieri.
Amo la certezza ma sono incastrata nell'incertezza. Amo chi mi aiuta e meno chi mi giudica. Amo poter raccontare di avere un problema e sentire che chi mi ascolta se ne sente parte e prova a risolverlo con me.
Non amo il sentirmi dire che è meglio se non ci penso. Amo pensarci perché voglio capire. Amerei che qualcuno mi dicesse che viene con me a risolvere questo casino... se un casino c'è.

Mi viene da sorridere istericamente... semplicemente perché se ALMENO "TU", decidessi di darmi una mano seria, mi sa che tutto andrebbe per il verso giusto, soprattutto, per noi due e non avremmo nemmeno il problema del "come, quando e dove", basterebbe che tu dicessi cosa vedi, se qualcosa vedi.
Basterebbe che facessi a meno di me in questo modo, poi si vedrebbe.

Chi ha combinato il casino starà macchinando qualche altra cosa, si sente una specie di Dio, ma io Dio lo venero, lui no.

Se puoi, tu, aiutami.  

Arianna Apassora

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Erano le 22:29 del 2013 ed avevo appena scritto la lettera di cui sopra. Avevo scoperto che la mia vita veniva seguita giorno dopo giorno da alcune microspie, l'avevo intuito dai discorsi che ascoltavo dalla gente, dai loro occhi, dal loro modo di comportarsi nei miei confronti, giorno dopo giorno ne spuntava uno in più, ed io in tutto quel manicomio avevo anche compreso molto del genere umano.
Avevo capito che se di notte una ragazza sola veniva stuprata la gente sotto sotto pensava che era colpa sua perché "non è giusto che una ragazza vada in giro da sola di notte! Scusa ma mica è modo!", avevo capito che il vecchio detto gelese che mi recitava sempre una parente gelese era il motto di tutti gli umani anche quando poi non c'era nessun pericolo di perdere la peddri ('ché "peddri pi peddri avanti a to' e no 'a mia" dicevano i gelesi che non porgevano mai l' altra guancia, nemmeno un brandello di pelle, 'ché "pelle per pelle, meglio se tu perdi la tua che io la mia"). E questo motto, faceva sì, che tutti davanti ad uno schermo si gustavano la mia vita e l' unica a non saperlo ero io, finché io non capii e cercai di porre un rimedio ma fu vano.
In casa non mi credeva nessuno, se qualche autorità se n'era accorta di certo non sarebbe venuta ad aiutarmi perché... bo, in effetti non lo so.
Fuori casa erano tutti impegnati a giustificare il fatto che loro guardavano e che se volevo dovevo ribellarmi io, ma io non sapevo in realtà, soltanto percepivo, quindi di cosa dovevo ribellarmi?! Se nessuno mi aiutava spontaneamente perché avrebbe mai potuto o voluto darmi appoggio dopo? Tutti pensavano che se l' avessero fatto sarebbe stato come ammettere che avevano guardato anche loro.
Io avevo trovato una soluzione sarebbe bastato soltanto che almeno una persona venisse a casa mia con le forze dell' ordine per controllare il tutto, anche dicendo che se n'era accorta da poco, ma chi sarebbe stato così ricco di senso civico da farlo?!
Chi sarebbe uscito dalle sue quattro mura per dare una mano a qualcuno che gli intratteneva i tempi morti davanti alla televisione?

[Anna Maria Passaro - ogni riferimento che può sembrare reale è un' accusa bella e buona]. 

domenica 26 aprile 2009

Nonostante tutto.

Il mio fiato si stava facendo più pesante ed evitavo di parlare per non perderne di più, eppure sentivo una sensazione di forza interiore che mi spingeva in avanti e mi sembrava che nell' aria qualcosa di frizzante colorasse e agitasse gli atomi. Nonostante tutto una calma serena mi lasciava soltanto guardare di tanto in tanto intorno a me, distrattamente.
Mia sorella e la sua allergia, tuttavia, mi costringevano a rallentare il passo, e sentivo il pranzo non ancora completamente digerito come se si fosse sedimentato dentro di me, eppure quella lieve ventata di diversità mi rendeva piacevole l'azione del correre.
Non ero allenata, anzi, avevo ripreso a correre dopo tanto tempo. Riuscivo, sia a non stare chiusa in casa, finalmente, sia a percepire intensamente le frequenze delle onde del mare che dal lungomare mi arrivavano dritte alle orecchie e agli occhi, e mi raggiungevano le frequenze delle voci vive degli ambulanti, del rombo dei motori delle automobili e dei clacson, delle moto, e la velocità della luce dei visi, dei mille colori di cui era fatto quel pomeriggio.
Tra il brulicare di persone mi sembrò di scorgere un viso conosciuto, ma era particolarmente sfrecciante come il suo mezzo di trasporto e riuscì, purtroppo, ad occludersi ben presto alla mia vista.
La Primavera era più viva che mai, e la sentivo spiazzante, anche mentre stavo guidando e cercavo di non pensarci.
Era uno di quei momenti che si allungano, o così li avrebbe descritti quella scrittrice di quel libro che avevo letto tempo prima, eppure, se avessi voluto descriverlo non ne sarei stata capace, di certo, al massimo avrei scritto qualche serie di frasi che non avrebbero avuto nessuna conclusione, però, quanto era bello in quel momento poter parlare del niente, soprattutto, sapendo che lo sarebbe stato solo per gli altri un "niente" mentre per me, assolutamente no, non lo era.
Io, invece, mi trovavo un po' alle solite, solo che stavolta, sapevo che c'era ben di più, molto di più da gestire.
Dovevo gestire non solo l'impeto, ma anche la ragione: non potevo permettermi di farla prevalere sulle sensazioni, perché se l'avessi ascoltata l' avrei scagliato lontano da me, non c'avrei più creduto e me ne sarei allontanata il più possibile. D'altra parte non potevo neanche lasciare che vincesse la passione, perché non c'erano le premesse necessarie per rendermi felice pienamente, ed era strano perché se avessimo cominciato a scrivere quella storia senza una premessa e un' introduzione sarebbe stato tutto perfetto, però, qualcosa nonostante tutto faceva in modo che si potessero saltare le prime pagine del racconto ed anche la barca che osservavo da lontano mentre correvo quel giorno andava avanti, e andava e andava, noncurante delle premesse: né del vento, né del grigiore del cielo, ed io dal muretto che separava la strada dalla spiaggia la vedevo andare avanti e se ci riusciva lei, perché non potevo riuscirci anch'io?!
Così nella confusione delle immagini, dei rumori, dei pensieri, decisi che sarebbe stato il caso di parlarne con qualcuno: fu così che quando arrivai a casa scrissi una lettera e la spedii, la inviai proprio a lui, e lui, dopo, me ne inviò una a sua volta, non erano parole sue, era il testo di una canzone: un altro dei suoi metodi alternativi per non dire nulla e lasciarmi credere qualsiasi cosa.

venerdì 24 aprile 2009

Quanto possono essere pesanti le farfalle

martedì 21 aprile 2009

In morte del fratello Blog

L'agonia del nuovo blog è durata soltanto una notte, adesso riposa in pace, precisamente nella pace dei sensi.

Era nato spontaneamente, senza darmi molti tormenti, i suoi primi istanti di vita sono stati molto intensi, ma si vedeva già che aveva qualcosa di strano, non emetteva lunghi vagiti.

Stanotte l' ha passata un po' male, se l'è vista brutta, i medici non capivano quale fosse il suo malanno, pensavano fosse qualcosa di fisico... stamattina, invece, il primario di un grosso centro frequentato da tutte le dive "anormali" del pianeta, l'ha visitato e ha stabilito che per lui non c'era futuro: in un attimo di lucidità, il piccolo "BloG" ha alzato la "B" e la "G", come a voler fare spallucce e si è rassegnato.

Riposa in pace, qui ti pensiamo tutti.

lunedì 20 aprile 2009

"EsCi dA qUeSto CoRpO" - "Ok".

Blog ti amo.

Blog amo anche un altro.

Blog amo te, un altro blog e anche una persona.

Blog t' ho mai detto che dico 'ti amo' troppo facilmente?

Ciao blog, prometto di non andarmene per troppo tempo, che ti voglio sempre bene, e che fisicamente non temo la prova costume, al massimo temo la prova dell' anguria perché mi fa gonfiare lo stomaco... ma ancora l' estate sembra essere lontana e non mi preoccupo troppo ^^

Baciuzz' e ci scriviamo, tua AEAHFDAFHDDAFDSFHs :)



(Non ce la fa ad uscire...)

giovedì 16 aprile 2009

Rosso di sera in daltonica atmosfera.

Come un'ombra furtiva era sparita dietro l' ombra di un'insegna e dal momento in cui si erano salutati sarebbero diventati estranei per sempre, dopo aver vissuto tre lunghi anni insieme, dopo essersi profondamente conosciuti, dopo aver trovato insieme un equilibrio perfetto come mare e cielo all'orizzonte, ed era quello che lei andava cercando da sempre, quello che lui non aveva temuto d'offrirle, né mai osato negarle.

Agnese tornò a casa, nascosta nella sua stessa ombra, i capelli neri le coprivano mezza faccia, salutò i suoi genitori fuggendo come una gazzella fin dentro la sua stanza. Non fece in tempo a mettersi a letto che le lacrime bagnarono una ciocca di suoi capelli, da lisci e finti s' arricciarono immediatamente, bastò il sale di quell' acqua naturale e interiore, bastò il ricordo del suo "ciao" a farla scivolare completamente in un lago malinconico.

Si ricompose giusto il tempo di soffrire infinatamente per un giorno di tristezza eterna, finché non la mascherò da qualcos'altro e si fece viva con me per provare a sfogarsi.

Mentre lei parlava confusamente, all' improvviso, mi tornò in mente il mio primo amore, e quante cose mi ricordavo di quell' ultima volta che l' avevo avuto con me, ricordavo il colore disfatto dei suoi occhi marroni e la lucidità dispersa in un rosso impazzito ma alleggerito da un immenso abbraccio, e poi, le sue mani, che lasciarono le mie per andarsene per sempre.

Avrei voluto dire ad Agnese che tutto sarebbe passato, che ancora era molto giovane per non superare tutto quello che le stava succedendo, eppure decisi di non dire niente.
In fondo, io cosa ne sapevo della loro storia? Sapevo ciò che mi aveva raccontato lei, non sapevo cosa aveva sentito, quanto ci stava realmente male, cosa ne sapevo?

Sapevo che ogni tanto ormai si lasciava andare a qualche sorriso, ma cosa ne potevo sapere di cosa nascondevano i suoi occhi? Era da sempre stata sfuggente, sveglia sì, almeno quanto basta per non farsi catturare dalla gente sbagliata. Il mio contrario. Una grande amica sicuramente, ma una grande amica che non si faceva aiutare mai. Orgogliosa. Chiusa e estroversa al contempo, in questo eravamo uguali io e lei.

Uscita da casa sua il giovedì seguente dalla rottura con il suo ragazzo, io mi portai fino a casa di Ronny, lui mi stava aspettando sulla porta, come ogni giorno, già in pantofole, in tenuta comoda da casa. Sul tavolo c' era il suo solito bicchiere mezzo pieno, la televisione era accesa su un canale sportivo e trasmetteva una trasmissione sui pronostici di qualche nuova partita di uno sport per me incomprensibile, le luci della stanza erano sempre accese, qualche foglio sparso qua e là e post-it pieni di scarabocchi. Io mi sentivo a casa. La sua t-shirt sbiadita di turno mi dava il benvenuto e io mi dimenticavo di tutto il resto o almeno provavo a far restare tutto il resto dietro la porta, senza pensarci, di solito era così, ma non quel giorno. Mi sentivo provata dai miei ricordi, da ciò che sentivo nei confronti della disperazione di Agnese, avevo la consapevolezza di non poter far nulla per aiutarla.

Ronny mi baciò la fronte e cambiò canale. Parlammo un po', sentivo che aveva anche lui qualcosa che gli bolliva nell'anima, stava pensando e io pensavo anche di sapere a chi e perché, fu la prima volta che mi sentii a disagio, come se fossi in un posto non mio, eppure, la sua mano adagiata intorno al mio collo mi diceva il contrario.

Mille volte mi ero detta di non pensare oltre il limite del vissuto, ma quella sera c' era qualcosa di inquietante intorno a noi.

Sentimmo un' ambulanza che da lontano si faceva sentire più vicina, e un lungo brivido mi attraversò la schiena, mi sentii uguale ad un gatto che si drizza sulle zampe.

Ci avvicinammo al balcone per vedere cosa stava succedendo fuori e vedemmo una donna semi seduta sul ciglio della strada e della gente che le stava addosso, intenta a darle aiuto. Poi, arrivò l' ambulanza e la portò via, pensai che era il momento di andarmene anch'io.

Ronny si piegò su di me e mi baciò dolcemente, tenendo il mio viso tra le mani grandi. Per strada sentivo che non era ancora finita, ma non avevo idea di ciò che sarebbe successo dopo.

Sentivo di dover chiamare Agnese per assicurarmi che stava bene, infilai le mani dentro la mia borsa per prendere il telefono, che non trovai. "Maledizione!" riuscii ad esclamare a denti stretti, tenendomi stretta dentro il mio cappotto, per il freddo e per la solitudine della strada solitaria di mezza sera.

Suonai al campanello di Ronny ma non rispondeva. Suonai ancora, speravo di trovarlo ancora là con la sua maglietta sgualcita e le sue pantofole, ma non c' era.

"Dov'è". Non sapevo cosa fare. Mi sedetti sui gradini del suo portone e provai ad aspettare che tornasse, magari era uscito a buttare la spazzatura nella pattumiera, oppure era andato a comprare qualcosa al tabacchino. "Probabile". Trascorse mezz'ora ma di lui non vidi nemmeno un riflesso pallido. Andai dalla sua vicina di casa e le chiesi di farmi telefonare, acconsentì, chiamai a casa e, per fortuna Francesca mi disse che mi stava aspettando.

Andai via, e a casa provai a chiamare e richiamare Ronny per due ore, finché non rispose alla mia chiamata. Disse che si era addormentato, che non aveva sentito il campanello perché si trovava in mansarda.

Avevo sospettato che fosse vero... finché non lo sentii dirmi con aria incerta che il mio cellulare rosso stava sul divano come sempre. Si era fregato da solo, non avevo lasciato a casa sua il cellulare rosso che si trovava al centro assistenza, ma un vecchio telefono che avrebbe dovuto sostituirlo. Lui non era a casa. Era fregato, mi aveva fregata. Mi aveva fregata alla grande per mesi e mesi. Mi sentivo a mio agio tra le braccia di Caino, come un agnello in braccio al suo uccisore.

Riuscii almeno in poco tempo a spillargli la verità dalla bocca, diceva di non avermi mai nascosto niente, aveva omesso la presenza di una vita su un binario parallelo alla nostra. Si scusava e per lui le sue scuse significavano che io potevo stare "serena". Ancora una volta il mio nome non mi si addiceva affatto.

Lo lasciai di punto in bianco.

A volte mi domando cosa mi ha dato più fastidio di tutta quella storia, ma poi, capisco. Tra le mille domande una risposta su tutte mi fa più arrabbiare e al tempo stesso calmare e "rasserenare": in quell' atmosfera in cui io ero stata a mio agio (e lo ero stata davvero), lui per qualche motivo mi aveva considerata come una scatola indispensabile in cui mettere dentro cimeli e gingilli vari, quando accanto, però, ne aveva una in cui non voleva inserirli, ma poi guardando meglio, si vedeva che là c' era ancora tanto spazio che si poteva colmare, forse per questo mi allontanò per sempre (perché anche se l'avevo lasciato io, speravo che si facesse sentire).
Mi faceva male l' indifferenza, il non potermi più riscattare, ma riscattare da cosa? Quante altre parole avrei potuto dire per fargli cambiare idea se in realtà non volevo più ormai che la cambiasse?!

Respirai un "addio" mentre componevo il numero di Agnese e mentre speravo che almeno lei portasse buone notizie.

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Come al solito, ogni riferimento a fatti, cose, persone realmente esistenti è da considerarsi puramente casuale.

lunedì 13 aprile 2009

Cambierà mai qualcosa?

Ultimamente mi ha colpita molto la notizia del ragazzino napoletano di tredici anni che si è tolto la vita perché non sopportava che per colpa del padre camorrista fosse morto suo fratello. Ci penso spesso, e penso che certe persone non possono cambiare, non ci riescono né ci riusciranno mai, lo so, perché fondamentalmente penso che possiamo modificare i nostri pregi, ma raramente i difetti, che forse, questi ultimi non vengono comandati dal sistema volontario, ma da quello involontario del nostro corpo.

Mi piacerebbe se tutti potessimo uscire fuori da certi stupidi schemi, e dai nostri personaggi ingessati sempre nello stesso ruolo, sempre con le stesse scene.

Io sono la prima persona che è una statua di gesso, sono nettamente intrappolata nel mio essere insopportabilmente così, mi sforzo pure per essere diversa, ma non lo faccio mai fino in fondo, la mia fortuna in tutto questo, è che il mio personaggio non fa male ad una mosca, ma i personaggi di certa gente, che sanno soltanto pensare a se stessi e fare del male per tornaconti personali... non potrebbero cambiare di punto in bianco, anche volontariamente o involontariamente?

Certe volte sarebbe bello vedere parte del mondo camminare al contrario, magari qualcosa andrebbe pure meglio, ci si sveglierebbe con il piede sbagliato, anche se poi sarebbe assolutamente quello giusto.

pensiero pasquale

Sono le 17:57 del giorno di Pasquetta, ovviamente sono a casa, ovviamente sono in cerca di una storia da raccontare che non ferisca l' animo di nessuno e che allo stesso tempo sia anche poco sdolcinata, poco violenta, poco rilassante, poco euforizzante, poco... poco.

L' idea di allontanare da me qualsiasi forma di sensazione non mi aiuta affatto, no dico... veramente! (Lo so: non mi stava contraddicendo nessuno, ma dire "veramente" rafforza i miei pensieri).
Io vorrei tanto che questa settimana trascorresse in fretta, questa Pasqua mi sta sembrando più lunga del Natale e il chè è tutto dire.

Mi annoio, invento improbabili dialoghi, poi quando vorrei metterli in pratica li zittisco.

Conoscenze virtuali tra persone virtuose.

Intavolare una conversazione non è difficile, basta cominciare con un complimento (già ho i brividi), poi con un "come stai?", a cui si risponde sempre "bene" anche se bene non va mai nulla, seguito da un "che fai?" che presuppone un "sto parlando con te, ... cavolo chiedi?!" e per finire un "adesso vado" (altrimenti poi si dà troppo la sensazione di aver troppo tempo da perdere...)

Si riparlano, stavolta di presenza, lui dice a lei "dimmi", lei dice a lui "no niente, passavo di qua e...".

Stacco.

Poi ci sono altri personaggi che cominciano a parlare: c'è un gatto che miagola, lei che ha paura, afferra un braccio di lui e si aggrappa. Lui che le tocca la mano, ma si allontana subito, che non sia mai poi lei pensi che ci sta provando...

Quindi, finalmente ridono, e si dicono quello che si devono dire, con frasi come "ho notato che fuori stava piovendo" e lei "sì per fortuna ho portato con me l' ombrello" e lo indica come per dire "vedi?!, mi ha salvata!", lui guarda l' oggetto con aria di chi ha capito che il massimo degli argomenti che si possono toccare, sono quelli che di solito ascolta durante il meteo in televisione (quelle rarissime volte in cui non cambia canale).

Lei pensa "ma perché non dice nulla???", lui pensa "chissà cosa danno adesso in tv (magari c'è il meteo)", lei pensa "perché l' hai fatto?! Credevo che tu fossi felice!!" (E ovviamente lo pensa cantando).

Quindi, finalmente si salutano ma ci mettono venti secondi, finché non trovano un argomento di cui parlare ancora, si raccontano che la stagione è più fredda del solito, poi però scappa un "D'oh" di Homeriana memoria... i due si accorgono che stanno di nuovo raccontandosi del tempo, mannaggia, ma, attenzione! A lei viene un'idea geniale! Perché non fare un complimento (!) per il lavoro svolto così almeno lui risponde "ah sì?! Cosa ti è piaciuto particolarmente?!" e allora si comincia finalmente a far diventare dialogo sensato un scambio di battute tutte incentrate sul livello atmosferico... che poi, se lui fosse un metereologo magari si sentirebbe soddisfatto ... o preso per i fondelli?!

domenica 12 aprile 2009

L' amore è una cicala.

Forse bisognerebbe avvicinarsi e ascoltare e capire, ma intendo dire cercare di comprendere bene la vera causa delle azioni e quindi chi le compie e poi, solo dopo magari credere anche, perché non si deve credere mai senza sapere per bene chi ci troviamo davanti.

Forse. Forse no.

Io non so gestire molto bene le mie credenze, almeno non quelle affettive, perché potrei ripetere per decine di volte che "ci credevo davvero" riferito a decine di situazioni diverse.

Cerco di mantenermi "bassa" con i numeri, ma le situazioni della vita sono veramente tante di più rispetto alla decina di cui io scrivo.

Mi chiedo perché dentro di me nascono così tanti "ci credevo davvero", ne vorrei di meno, o meglio, vorrei guardare al momento esatto in cui mi trovo e leggere un sottotitolo alla mia immagine: "ho fatto bene a crederci" o ancora "che bello crederci!".

Quando ci credo, o quando ci crediamo, è come se davanti a me o a noi, si dispiega una strada con infiniti sbocchi verso mille, migliaia, miliardi di luci, e percorrerla con lo sguardo diritto fa brillare gli occhi, perché loro possono osservare tutte quelle luci che li raggiungono da lontano, e andare avanti è speranza, è gioia, è avere una meta prefissata, fare progetti, ingegnarsi per tagliare il traguardo e per tuffarsi tra le stelle.

Non crederci più è una strada sola, percorsa con lo sguardo basso a fissare le pietre, per non inciampare sulle trappole ed è non sapere nemmeno se ci sono, ma essere tristemente consapevoli che possano essere là in agguato per farci male, perché non c'è luce che illumini o meta che si veda da lontano. C'è soltanto la strada, ed è in quel punto del cammino che ci s'imbatte anche in qualcuno, e poi magari quel qualcuno impugna una torcia, ci fa luce per qualche istante che a noi sembra allungarsi quasi all'infinito, finalmente non temiamo di percorrere la strada su cui siamo, e sentiamo di crederci, ancora. Crediamo di nuovo, e quando succede non pensiamo nemmeno per un istante che al primo bivio di fronte dovremo seguire di nuovo il cartello con su scritto "ci credevo davvero", eppure è così.
E nonostante è così, ripetutamente così, dobbiamo tenere presente che più si moltiplicano i "ci credevo davvero" e più significa che abbiamo avuto tanta luce da illuminare tanta strada e che nel frattempo, abbiamo fatto luce anche noi ad altra gente con la nostra, e magari non significa niente, però, si può andare avanti o anche tornare indietro, oppure restare immobili finché non arriva qualcuno, oppure... oppure si può alzare lo sguardo, e fregarsene delle pietre che possono essere seminate lungo la strada e quindi si può fare luce con i nostri stessi occhi, che a volte saranno pure spenti, però, custodiscono dentro, segretamente, tanta di quella luce, che dal fondo, riesce ancora a dare un piccolo riflesso all'ombra in superficie, proprio in quel punto della strada dove tutto sembra dimenticato, e parte proprio da quel punto dell'anima che adesso sembra totalmente addormentato.

Eppure, per adesso, nonostante la positività "diabetica" dei miei pensieri, mi viene da pensare "ci credevo davvero", con un pizzico di malinconia, perché io so che tanto tanto tanto tempo fa c'ho creduto davvero davvero davvero e so anche che c'ho creduto soltanto io davvero davvero davvero. E non è stata la prima volta che ho creduto e non è stata neanche l' ultima e magari l' ultima è stata fin troppo recente e fin troppo veloce, ma so che vorrei crederci ancora, prima o poi, e mi piacerebbe potermi dimenticare che l' imperfetto è sempre più vicino di quel che credo e vorrei avere in tasca un campanello che ogni tanto me lo ricordasse, per non perdermi ancora una volta nel buio pesto, facendo scorta di luminosità senza dissiparne troppa in una sola volta. Bisognerebbe essere sempre più formiche che cicale.

sabato 11 aprile 2009

Sveglia che arriva Pasqua!

Una persona normale al mattino apre gli occhi e un essere umano (ho detto umano) si avvicina e con modi garbati d' altri tempi e di altre parti del mondo (e secondo me di un' altra dimensione), si sente svegliare da un tono di voce simile a quello di un lieve sprazzo di vento sottile che nell' aire si libra e vibra, fino a scompigliare leggermente le fronde che tra la fronte e le gote morbide si intersecano per incorniciare e ornare il loro bel leggiadro viso.

Non è il mio caso.

Al massimo, se mi va bene, al mattino mi sveglio con una mezza sgridata, se mi va male, invece, assisto ad un incontro di urla all' ultimo fiato, laddove il fiato non somiglia all' aria di vento descritta sopra ma al ciclone Catherina o qualcosa di ulteriormente peggiore.

Stamattina, invece, tutto è andato liscio come l' olio, avevo talmente tanto sonno da essere riuscita ad ignorare qualsiasi forma di parola.

Non c'è sensazione più intensa ed estasiante di quando si sente una grande stanchezza e si è in grado di poterla mettere a letto per ore ed ore finché finalmente le membra non faxano al cervello che sì, adesso è ora di mettersi a lavoro o a fare qualcos'altro perché si è esaurita la voglia di sonno.

E così, ormai sveglia stavo pensando che non ho ancora aperto il mio uovo di Pasqua e questo è un guaio, perché di solito lo apro immediatamente mentre stavolta non l' ho fatto, sarà che mi sono ammalata? Ho la malattia dell' immuno deficienza (si si) al cioccolato?

Eppure lo sento, sento che mi chiama, immagino una colata di cioccolato bianco che fuoriesce dalle rocce e sfocia su un fiumiciattolo di cioccolato e ai lati della strada, sul ciglio del torrente, fili di erba di cioccolato in scaglie mi chiamano per farmi sdraiare su un tappeto di morbide caramelle gommose, e poi... sorprese ad ogni angolo di pietra, dentro caverne buie illuminate da tesori nascosti, dentro insenature malcelate.

Sì... lo sento, il mio uovo di Pasqua e il suo richiamo che non è come quello del mattino in casa mia, ma come quello dentro il mio cervello: buono, tenero, dolce e, soprattutto, al latte.

La Pasqua è buona, buona Pasqua!!!

martedì 7 aprile 2009

Piano piano.

Io in effetti ho rotto un po' con questa storia di aprire e chiudere il blog, di riempirmi gli occhi di luce quando qualcuno di voi mi chiede di restare qua a scrivere e di non rispondere perché poi, non so bene se devo o non devo farlo, perché se vi avessi davanti agli occhi lo capireste che mi fa piacere leggervi, anche se non dico nulla con la mia voce, 'ché poi, risparmiarvela non è poi cosa così malvagia, anche se, di tanto in tanto, mi rendo conto che c'è anche di peggio in giro e allora mi consolo.

"Di peggio" è ciò di cui vorrei parlare.

Per me è peggio sentir parlare alcune persone che non hanno una minima cognizione di causa riguardo a cose che non li riguardano, per me è peggio quando do un consiglio ad una persona a cui voglio bene, in maniera del tutto sincera, e mi si considera insensibile oppure aggressiva, 'ché poi, io per come sono stata "disegnata" non dovrei mai essere aggressiva, e non lo sono neanche alla fine, ma posso diventarlo, per essere più efficace con le parole, per arrivare più in fretta alle orecchie delle persone, ma solo di quelle a cui voglio bene, perché alle altre non mi viene mai molto da dire, di solito, le persone che mi trasmettono indifferenza la ricevono da me perché è quella che da me vogliono.
Un mio amico di chat di tempi lontani (non ricordo bene chi, onestamente), un giorno mi ha detto che si comporta come uno specchio lui, ed io con il tempo ho capito che sono uguale, anche io ho la tendenza a modificarmi in base a chi ho di fronte: arrivo sorridendo, se non trovo lo stesso atteggiamento, assumo quello che mi passa il convento e il mio sorriso lo riservo a qualcun' altro.

Per me è peggio quando le persone stanno "sulle loro" aspettandosi che l' atteggiamento giusto sia quello di tirarsela. Una persona che sorride alla vita e agli sconosciuti è ineguagliabile. Una persona che non lo fa ne ha bisogno, perché per me non è barboso chi non è felice, mentre chi è barboso di solito è anche felice eppure non vuole trasmetterlo lo stesso, in molti casi. Barboso è chi non ride per darsi un tono. Il tono, però, è da trombone, e onestamente, a me il suono del trombone senza accompagnamento di altri strumenti non mi fa tanto impazzire.

Per me è peggio chi considera stupida l' euforia. E' intelligente essere barbosi dalla mattina alla sera? Perché poi, non è detto che chi è barboso è intelligente (e infatti io che sono una gran barbosa non sono neanche tanto intelligente, però, per il momento me ne frego un po' perché voglio parlare di quegli altri che non sanno di esserlo) o che lo sia chi offende gli altri, da qui poi torniamo a parlare di nuovo di cognizione  di causa...

Quanta cognizione di causa c'è nel non capire le cause della vita degli altri, di parlarne, di dare giudizi e di... soprattutto, di "parlarne"! Chiunque ha la sua vita, qualcuno la vive corretta e giustissima, qualcuno spara a zero sugli altri. Se una persona amica mi cerca e "piano piano", mi dice cosa pensa (anche aggressivamente), ma sempre, piano piano, resta tutto tra noi.

Solo che ci sono anche le persone che si scandalizzano, ecco, le persone che si scandalizzano sono le peggiori. Lo scandalo non parla mai aggressivamente, lo scandalo parla piano piano pure, ma in modo pacato, bisbigliando affinché si capisca e non si capisca di cosa si sta parlando, lo scandalo è il peggio. Quando è anche stridulo, da vecchia megera, lo scandalo diventa addirittura anche peggio del peggio, ma quelli sono discorsi da vecchi cortiletti, oggi nelle nostre città e nei grandi e grossi appartamenti non lo facciamo più (ovviamente è un plurale che mi esclude, e se volete potete escludervi anche voi), e ovviamente s'è colta l' ironia, mi auguro.

Al bigottismo non presto attenzione, mi colpisce di più il razzolare male e predicare bene.

In questo momento sto parlando e non parlando, sto dicendo senza dire, ma sto dicendo dello scandalo, senza dire qual è lo scandalo, senza parlare di chi parla, senza far capire proprio nulla.

Il mio blog non resta più chiuso, perché è aperto da due anni, perché io lo adoro letteralmente, perché questo posto è il mio compagno, perché non mi lascia da sola, e tutte le volte che lo cerco c'è, perché mi sento sempre meglio dopo essermi sfogata con lui, perché ogni tanto mi ricorda che è casa mia, che posso scrivere cosa voglio e che posso dire qualsiasi castroneria che non capisce nessuno e sentirmi pure bene per questo, perché almeno lui mi ha capita.

Non mi capitava da un secolo di affezionarmi a persone che non conosco, avete presente quando uscite di casa e vedete sempre le stesse facce, a cui non parlate, ma che diventano un punto fermo nella vostra vita? Quelle che se spariscono vi chiedete dove sono finite, poi le accantonate da qualche parte negli archivi dei ricordi ma che se ritornano dopo tanto tempo, all' improvviso ve ne ricordate e siete contentissimi di rivederle?

Un bambino che abitava vicino casa mia, era una di queste persone, non lo si vede più da anni ormai, e non si vedrà più, quando suo padre passa per strada solo con l' altro figlio, è come se si materializzasse anche il suo fratellino, eppure non c'è più, e come lui non c' è più anche qualche altra persona che aveva avuto un ruolo decisamente più presente nella mia vita, e la vita va avanti e penso alla tragedia che sta toccando un intero paese, mentre se ne parla e parla e che onestamente, io non credo che sia bello guardare dentro le case della gente, anche se queste sono totalmente crollate, perché se i proprietari avessero potuto non avrebbero aperto le porte al mondo, le avremmo conosciute, forse, ma soltanto di sfuggita, le avremmo viste passare sotto casa e poi, la privacy familiare li avrebbe protetti.

Alle persone serve solidarietà, informazione, solo questo, poi magari sbaglio pure.

La vita va avanti, non per tutti.

Ultimamente mi rendo conto di come mi affeziono persino ai visi di chi sta in tv o in radio, ma questo lo facciamo un po' tutti da sempre, eppure non poter interagire in certi casi dà un po' fastidio. E' strano ascoltare i contenuti di persone che non sanno nemmeno chi siamo e avere anche la controbattuta e non poterla dire, un po' come quando cliccherò sul tasto "pubblica post", e alla fine potrà leggerlo pure la mia anima gemella scandinava che non conoscerò mai, che non capirà una sola parola di ciò che legge, ma che in quanto "gemella" si soffermerà sulla mia musica, sui miei colori, sulle mie immagini e poi, resterà là dove si trova, senza sapere bene, che i gemelli non vanno mai separati, perché insieme sono sempre più forti. Mi sono fissata sull' anima gemella, lo so. E' che mi sto sforzando di conoscermi di più e scandagliando il carattere degli altri, cerco il gemello nelle persone. Eppure il bello del web è che puoi prendere la parola, come, quando e dove vuoi. Allora perché chiudere il blog?

Il blog è quel posto pieno di conoscenti che finalmente si conoscono, per quello che sono e non per quello che hanno.



Un arcobaleno per chi ne ha bisogno.