lunedì 30 marzo 2009

Un regalo per chi ama Baglioni e poco sopporta me:

Facciamo che... "io me ne andrei".

venerdì 27 marzo 2009

Il maxy maglione

Stavo rispondendo alle domande di un test su Facebook (uno dei tanti a cui do centinaia di informazioni su di me, senza un motivo che sia almeno apparentemente intelligente), ed una delle domande riguardava cosa mi viene in mente se penso al colore "rosa". Ovviamente le quattro opzioni date erano molto fantasiose, ma non abbastanza per poter prevedere cosa sarebbe andata a pensare una persona come me... (o come tutti - forse è meglio essere meno megalomani).
Ogni tanto mi accorgo che ho memorizzato dei momenti del tutto insignificanti, come per esempio, un giorno in cui indossavo un completo rosa, ed ero molto piccola.
Cosa è successo quel giorno? E perché me ne ricordo? Mi psicanalizzo un po'.
ALLORA, quel vestito era bellissimo, era un maglione lungo, che io chiamavo "maxy maglione" o forse, non ero io a chiamarlo così, ma si chiamava proprio così, non ne ho idea... questo, si portava con dei fuseaux dello stesso colore (e infatti li avevo), e sul davanti del maglione c' era stampato un coniglietto.
Mi ricordo che una sera me ne andai con i miei genitori, in un posto, non mi ricordo, però, se era un posto in cui si pregava, oppure se era una festa, ero davvero piccola. Mi ricordo pure che non riuscivamo a trovare l' indirizzo esatto, dopodiché, il ricordo termina.
Ecco, sicuramente siamo arrivati a destinazione, sicuramente siamo ancora vivi, sicuramente il ricordo è rosa e felice perché ero troppo fiera del mio vestito e mi lascia una sensazione di benessere.
Quindi: lo ricordo perché ero felice? Perché mi ero persa? Perché mi ero persa nonostante fossi felice?
Questi sono dubbi irrisolvibili, che tracciano nell' anima dei solchi invalicabili che picchiano duro se urtati e allargati...
Ma in sostanza: era proprio il caso d' imbrattare il blog con questo post?
Ai posteri l' ardua sentenza...

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Sarebbe simpatico se esistessero le anime gemelle... ci si incontrerebbe tutti, legati con un filo speciale dopo la morte. Per esempio, anche chi non si conoscerà mai sulla Terra poi potrà rimediare nell' Al di là, che bello!
M' immagino i nati coi parti plurigemellari... loro sì che avranno una gran fortuna, se non va bene uno avanti un' altro... certo!, perché un' anima gemella, se gemella è, sarà plurigemellare anche lei, o no?! ... Dite no?! ... Ah be', se è no, e posso ancora scegliere, io ordinerei un' anima gemella da parto plurigemellare, chissà che a tentativi non riesca davvero a trovare quella giusta...

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Me la immagino la mia anima gemella: meglio di no, dovrebbero essere almeno in diciotto... ma poi, soprattutto, ma io uno che almeno una volta nella sua vita ha indossato un maxy maglione rosa sono sicura di volerlo?!
Ma poi, ma anche se non fossimo proprio anime omozigote, chi mi garantisce che non s'è fatto un trapianto di chirurgia estetica? Che ne so, si è fatto trapiantare un paio di te... ste, per venire incontro alla mia super intelligenza, ma poi... ma l' anima gemella, ma deve essere proprio gemella? Cioé... devo essere maschio dentro io o donna dentro lui? No dico, questi sono veri problemi... non cavoletti qualsiasi!
E poi, anche a pensare che siamo gemelli maschio e femmina... ma io un maschio che scrive un post come questo non so se lo voglio... cioè... l' idea è mia mica me la può fregare :-D

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Mi scuso con chi è arrivato fino all' ultimo rigo nella speranza di leggere pensieri intelligenti ma siamo momentaneamente in sciopero e da bravi scioperati... scioperiamo.

Firmato
Noi.

Inchino please!

lunedì 23 marzo 2009

sintesi delle ultime puntate

Penso a quanto questo momento sia così: così, senza spiegazioni, così.

Intanto esco ancora con mia sorella o con gli amici, o con mia sorella e il suo fidanzato e sono serena anche se non ho nient' altro.

Delle persone negative e tossiche so farne già a meno, dalle persone adatte mi lascio fare compagnia.

E questo è quanto.

domenica 22 marzo 2009

Tutta colpa del determinismo?

E il mio amico scrittore le stava provando tutte per farmi capire che stavo guardando dalla parte sbagliata del tempo, dello spazio, del genere umano, dei sentimenti, dell' universo conosciuto.
Mi diceva che c' era un motivo se io m' interessavo di certi campi e non davo importanza ad altri, mi scriveva quotidianamente senza mai firmarsi con il suo nome, usava pseudonimi, ma le lettere che mi spediva di volta in volta si avvicinavano sempre di più allo stato d' animo che almeno tre volte al giorno pensavo di provare. Lui sentiva una particolare empatia nei miei confronti, forse, non solo nei miei, ma con il tempo riuscii a distinguere per bene cosa rappresentava nella mia vita. Era una sorta di punto fermo, ed anche quando dopo tanto tempo vedevo i colori intorno a me, non dipinti da lui, non cessavo di controllare il suo parere. Sapevo che non era mai obiettivo, che mi scriveva per motivi parecchio ignoti alla sicurezza della mia perspicacia che solo lui riusciva a far vacillare completamente.
Era diventato il mio mentore, solo che a confessarsi era lui, mentre io mi stavo ad ascoltare dalla luce delle sue parole, a volte buie ma mai poco brillanti.
Sentivo una sorta d' invidia positiva nei suoi confronti e non riuscivo mai a capire dove trovasse il tempo per essere tutto ciò che era. Eppure lo era e sebbene sapevo che dentro di sé quotidianamente stava preparando una nuova guerra io mi sentivo un territorio bombardato ma invincibile perché ogni giorno di più potevo conoscere nuove parti di me che non avevo ancora notato oppure potevo anche ridere di ciò che non ero e di ciò che specchiavo: con le parole, con i silenzi, con gli sguardi.
E il mio amico scrittore sembrava anche aver capito cosa stava succedendo dentro di me in un periodo arrivato all' improvviso, fin troppo istantaneamente, tanto da imprimere fotogrammi di intensa e breve follia nella mia anima, ma io non glielo avevo detto, così ogni tanto mi domandavo se il mio viso scrivesse per me le pagine della mia vita, se fosse così bravo nelle descrizioni da creare un romanzo introspettivo e renderlo totalmente leggibile attraverso i miei movimenti più in superficie.
Delle volte pensavo di non essere capace di interpretare i segni, altre volte ero davvero sicura di ciò che vedevo.
Il mio amico scrittore le provava tutte, provava tutte le strade della psicologia, a senso unico e a doppio senso di circolazione, era capace di utilizzare la corsia di marcia e di sdoppiarsi per entrare in quella del sorpasso ma non era capace di entrare dentro i tunnel, o almeno non ancora...
Non avevo idea di quante consapevolezze stessi addizionando in quel momento, tutte le certezze di ventisei anni di vita si stavano comprimendo, per lasciare a spazio a nuove forme di conoscenza.
Mi guardavo intorno e capivo di quanto è vasto il mondo, mi rendevo conto che lui e un amico delle sue letture più care, un certo Novecento, avevano ragione quando dicevano che ci sono fin troppe variabili... non che prima io non lo sapessi, ma adesso vedevo le variabili negli occhi degli altri e, soprattutto, negli occhi di chi mi stava facendo creare racconti e immagini senza avere l' ausilio di carta e penna, adesso, quando tutto sembrava quasi spento.
Vedere le variabili, però, mi portò ad un punto ancora più nuovo, se non mi sentivo piccola come una formica, ad ogni modo, potevo sicuramente sentire tutta la distanza moltiplicarsi per milioni e milioni di kilometri tra me e ciò che sapevo di non dovere e di non potere cercare.
E mentre quella distanza aumentava sentivo implodere nel mio cuore improvvise vicinanze e la certezza che tutto ciò che andavo davvero cercando era l' intensità di un sorriso, la sicurezza di non sbattermi al muro da sola se in me faceva capolino un mal di testa.
Sapevo di non essere il tipo di donna che non si lascia lusingare ed affascinare da tutto ciò che rientra e rietrava nel mio gusto, ma ero altresì consapevole (sia di odiare l' uso di "altresì" nella lingua parlata, sia...) di poterne fare a meno, sempre, e che non valeva la pena cercare disperatamente una nuova via d' uscita.
Sono sempre stata una di quelle persone che inseguono l' intensità di un istante e che non riescono a trovarla in tutte le variabili del mondo.
Sapevo di essere perfettamente capace di discernere lo spazio tra uno scalino e un altro e di essere coscienziosa nel separare per gradi i miei valori, i miei gusti, le mie speranze e le mie insicurezze, i miei tormenti.
Il mio amico scrittore si sforzava di leggere nei miei tormenti ed io avevo sperato in passato, a lungo, di leggere dentro ai suoi, per molto tempo fu così, ma il mio amico scrittore oltre ad avere tutto il tempo del mondo per fare e disfare, aveva dentro di sé anche spazi infiniti in cui confinare i suoi malumori e aveva anche spazi immensi verso cui riversare tutta la gioia effimera delle sue gioie e delle sue bisbocce.
Parlare d' amore riferendomi al mio amico scrittore dalla mandibola volitiva era la cosa più sbagliata che una persona avesse mai potuto osare fare. Non si faceva incatenare dalla gabbia dell' amore, eppure guardando nei suoi occhi potevi leggerlo che la gabbia l' aveva presa a morsi, l' aveva dentro, e la sentiva soltanto lui, come un' eco, come qualcosa che gli altri non potevano e non dovevano sapere.
Io da molto tempo avevo smesso di cercarlo nelle sue lettere, sapevo che se ce n' era non era per me e non mi dispiaceva perché adesso avevo un'altra vista del tutto, sapevo che se avesse voluto avrebbe potuto sterminare il terreno sotto i miei piedi e caricarlo di mine, ma sapevo anche che per quanto mi tenessi forte sotto i piedi la mia vita, il vederla in brandelli ormai non mi avrebbe più generato il minimo stupore e nessuna forma di ribellione, adesso sapevo che potevo non aspettarmi nulla, perché dalla felicità di una canzone avrei potuto trovare in un lampo il nero più tetro e che dal tetro più spettrale avrei potuto veder nascere note vestite di fiori o sentir rinascere fantasmi ormai dimenticati.
Adesso che una nuova primavera aveva fatto il suo ingresso era già il caso di rendersi conto che il tempo è variabile anche nei giorni più estivi, figurarsi poi in quelli di marzo!
Una delle ultime istantanee nella mia mente mostrava quattro occhi molto vicini, risate a crepapelle, un vuoto incolmabile, una distanza mai saziata e un nuovo dolore e quest'ultimo non avrebbe intaccato me, me che poi ero decisamente esterna alla scena.
Mi veniva tanto da sorridere per il peso esagerato che io davo alle variabili dell' esistenza, ma ne avevo bisogno.
Ho sempre avuto bisogno di sentire sempre più forte l' emozione più prorompente rispetto alle altre che seppur insinuate nell' aria rimangono più flebili e a poco a poco più evanescenti.
Eppure adesso stranamente sapevo che ne avrei fatto a meno, anche di quella forza prorompente e nuova, perché tanto... perché tanto potevo soltanto sorriderne.
Sorridere del genere umano, del genere maschile che vorrei avesse ancora qualche segreto ma che credo sia realmente così semplice e istintivo per come appare. Sorridere di me e della mia voglia di voler vedere il buono e il duratuto in ogni cosa, sorridere della mia pochezza e immediatezza nel rivestire d' oro sentimenti rosa shocking.

E anche se tutto ciò che ho detto adesso non avrà senso per nessuno, e anche se non verrà capito da nessuno, io mi ci piazzo su un sorriso stampato male, poi cercherò di regolare la mia fotocopiatrice, sperando in meglio per i giorni in avvenire.

Ci riuscirò?!

Come dicono a Katmandù: Sulu u Signuri 'u sapi. (ma siccome questo posto viene letto anche dagli italiani in Italia e non solo dai siciliani a Katmandù, traduco: solo il Signore lo sa. - Traduzione letterale a cura di Anna Maria Passaro)

venerdì 20 marzo 2009

E' una notte buia e tempestosa... - per me no, grazie, voglio il solito.

Inusuale incontrare per la strada un uomo di quel genere: alto, affascinante, ben vestito, distinto, elegante e fine nei modi, la sua mise era perfetta e immaginavo già come avrebbe sorseggiato il suo cocktail alcolico pienamente a suo agio e ...

E niente, in una puntata di Sex and the city avrebbe cominciato a raccontare la sua storia in questo modo quella donna chic che è la Bradshaw, ma io non sono lei e onestamente, per quanto possa dedicare parecchio del mio tempo ad immaginare le persone che m' interessano in situazioni in cui io sono assente (per forza di cose, altrimenti che senso avrebbe immaginarle? Ci sarei già nella scena, mi pare), non credo affatto che sia proprio il mio genere di storia preferita.

Il fatto di cominciare un racconto descrivendo un uomo mi sa tanto di, non so, qualcosa che è fuori dal mio stile, però, potrei anche provare a continuare, il fatto, è che, però (x2), potrei avere seriamente qualcuno in testa mentre ne parlo e l' idea di sviluppare il tutto mi dà parecchia noia, indi per cui... ricominciamo da capo.

Era una giornata come le altre, la solita mattina noiosa si era fatta largo nella mia abitudinaria esistenza neanche tanto rumorosamente. Proprio quando sembrava che tutto doveva rimanere in quello stato di quiete successe l' inaspettato: gli oggetti della mia stanza presero a muoversi, sembrava che tutt'intorno a me vi fosse la vita, che qualsiasi cosa là dentro volesse dirmi qualcosa, a partire dal comodino, passando per la scaletta del letto a castello, per finire ai quadri.
Raccontare che mi sentivo eccitata all' idea che finalmente qualcosa aveva dato una bella novità alla mia vita è come quasi non rendere giustizia alla magnificenza che mi si era palesata all' improvviso.
Mi sentivo felice, le sedie ballavano con me, i vestiti si mettevano al loro posto come nemmeno Mary Poppins avrebbe saputo ordinar loro in maniera migliore. I cassetti mi davano consigli, il letto mi diceva di riposarmi ancora un po' 'ché tanto ci avrebbero pensato i suoi compagni a dare una sistemata in giro.
L' arredamento studiava insieme a me, i mobili si mettevano a gambe incrociate ed io mi divertivo a far loro da piccola maestra. Era come abitare improvvisamente al parco giochi, ma senza cani randagi che mordono dopo essere andati fuori di testa. Tutto era diventato una favola piena di stelle. Non mi sembrava nemmeno vero...
Ma come è facile comprendere, non poteva durare per sempre, perché in tutte le cose c'è sempre un inizio così così ed una fine decisamente inversa, certi giorni ero già capace di prevedere i loro comportamenti, certi altri, invece, proprio no.
E infatti, accaddero fatti strani, per me inspiegabili, mi si rivoltarono contro senza un perché, però, io sapevo che se loro si erano mossi all' inizio, non era successo casualmente, sapevo che c' era stata la mano di qualcun' altro, adesso temevo soltanto che fosse per colpa di quell' Essere se tutto stava ritornando immobile, eppure, il pensiero che fosse stato l'Essere superiore a far divenire le mie "cose mobili", mi provocava uno strano pensiero che non sapevo decifrare.
Quando tutto ebbe origine, prima che si animasse qualsiasi cosa, ero solita disperarmi in piagnistei sordo-muti ai più, soprattutto, sconosciuti al mio coinquilino bisex che aveva ben altri affari per la testa che perdere del tempo a decifrare gli strani comportamenti di una coinquilina disillusa dal mondo, dal genere umano e che oltre a non essere sexy non era bisex e non praticava nemmeno sex (e qui ci risiamo... è colpa di Carry Bradshaw!).
E insomma, mentre la mia vita era un susseguirsi di inutili giornate, non mi aspettavo di certo che un essere supremo stesse tramando alle mie spalle per farmi diventare completamente pazza.
Infatti, appena mi decisi a raccontare a qualcuno di quel che vivevo in quei giorni, mi portarono per strada diretta verso la clinica neurologica più vicina al mio quartiere. Per fortuna nella New York di quel periodo oltre ad andare in giro con le scarpe di Jimmy Qualcosa, c' erano anche diversi ospedali specializzati con dottori possidenti di titoli con i
"contro... valori"!
Mi tennero a lungo sotto osservazione e non per un solo momento pensarono di me che avessi problemi psichici, anche se non riuscivano a spiegarsi come mai continuavo a sostenere che dentro la mia stanza vi fossero feste e festini in continuazione.
Trascorsero i mesi, io stavo benissimo, l'Essere superiore era sparito per sempre, io mi ero sposata il medico più galante del reparto, mi portava ogni giorno un bellissimo bouquet di rose, altre volte mi portava piccoli doni, i suoi mocassini lo rendevano dinamico, dal piede flessuoso scivolava una leggiadria che faceva invidia anche al più tonico degli sportivi allenati.
Quando tornai nella mia stanza trovai il biglietto dell'essere superiore che recitava più o meno così:

"So che mi sono comportato peggio di quanto avrebbe mai potuto fare un qualsiasi "essere inferiore", so che tu non mi vedrai mai più per quel che sono, e me ne rendo conto soltanto adesso e nonostante tutte le mie colpe mi rimane lo stesso una perplessità: cioè... ma tu... sei sicura che non fosse meglio continuare la storia che avevi iniziato a scrivere ad inizio post?!"

Non ho mai saputo cosa rispondergli, in fondo... su un blog... da cui tutti leggono e da cui molti attingono senza nemmeno dire una palabra... ma io... ma che diamine dovrei scrivere?! Il seguito della Divina Commedia?? (e mica ci riesco...), Un racconto su come "seguitare Angelica che fugge"?! Che sono una signora??? La Berté c'ha già pensato e poi la mia amica V. in tempi non sospetti e con tono acidulo da sedicenne convinta avrebbe risposto: "signoOorina prEgoOo".

Figurati.

Delle volte mi rifiuto di scrivere perché non ho voglia di dare importanza a certi aspetti quotidiani con il cartello legato al collo (un collo ce l' hanno, basta pensare che per "aspetto" intendo una persona) con su scritto "guarda che non c'è nessuna importanza".

Io non scrivo nomi sul mio blog, probabilmente perché scrivo roba inventata e mi c'immedesimo, oppure perché dato che mi conosco e so d' immedesimarmi nei miei desideri più nascosti, evito di dare fuga alle parole 'ché poi si portano dietro anche quelli e in quel modo non mi resta più niente da custodire in cassaforte.

Chiunque legge, (io stessa lo faccio leggendo gli altri), ha la tendenza ad immedesimarsi nelle parole che legge, oppure ad accomunarle a realtà che incontra o conosce da sempre.

Delle volte mi rifiuto di scrivere perché mi dispiace non poter prevedere chi s'immedesimerà nelle mie parole, altre volte non scrivo per mancanza di idee divulgabili.

Le idee divulgabili sono sempre le migliori, perché non intaccano lo spirito, né di chi scrive, né di chi legge (ovviamente a prima vista).
Non so quando è il caso di parlare e quando no, ma so che certe frasi non le scriverò mai, so che non le dirò mai, so che le parole sono una parte di me e che questa è allacciata alle idee divulgabili o segrete.

Le idee segrete sono invisibili, si dispiacciono senza dire il perché e le parole passano, scorrono e non dicono nulla, anche se imbarazzate mi ringraziano, alla fine di tutto.

mercoledì 18 marzo 2009

Qualche volta si accende una luce anche nel non credere.

Sorriso e fastidio mi s' aggrappano addosso, sono come le braccia di una scimmietta che stringono un albero o un nuovo amico.
Il sorriso non manca mai, se mancasse sarebbe tutto più opaco, cupo, buio, tremendo, certo, però, che potrebbe anche essere così e si potrebbe vivere lo stesso. Io non credo nelle parole di quella gente che vuole insegnare a vivere (o a sentire) agli altri, che appena possono ti dicono "ehi! Sbrigati, ma cosa fai? Dài adesso tocca a te vivere, forza coraggio... ", insomma, se stai parlando con una persona morta datti una regolata perché non sei molto normale, se invece, stai parlando con una persona viva, non trovi che sia un po' inutile esortarla a vivere?! Il punto è che tutti si sforzano di dirti che dovresti fare questo o quello per essere felice, ma nessuno è capace di cogliere quando riesce a far star meglio un' amica, non si è nemmeno capaci di cogliere quando una persona sta sorridendo perché le stiamo regalando una piccola gioia, talmente piccola da essere insignificante e da passare inosservata.
Chiunque mi faccia sorridere è mio amico e chiunque riesca a farmi commuovere mi conosce.
Ho un gruppo di nuovi amici, anche se non li volevo, anche se vorrei disfarmene, anche se non so come fare per disfarmene, anche se non me ne disfarrei se solo non... se solo non invadessero troppo i miei spazi.
Il fastidio nasce quando gli spazi si restringono, i miei amici mi giudicano, i miei amici, mi dimostrano di non essermi poi tanto amici, alcuni s'imbarazzano, altri ridono tra loro e non riesco a capire e altri si raccontano storie che io non dovrei sapere.
Le storie che non dovrei sapere sono le stesse storie che io dovrei ignorare.
Ho riflettuto tanto e so che vogliono trovare una soluzione per me, ma io credo che non ne esista una così grande da farmi tornare a ridere interamente, forse perché io non sono sempre la stessa, forse perché continuo ad incappare nella parte più odiosa di me... facile! Si potrebbe pensare che sarebbe facile disfarsene anche soltanto svoltando strada appena la parte odiosa vuole fare il suo ingresso trionfale con il suo diritto di precedenza sempre a portata di mano, invece, no, la bastarda arriva in punta di piedi dal retro bottega, l' unica cosa che mi fa stare meglio è che sto imparando a riconoscerla prima che sia troppo tardi e di questo devo dire grazie a quella lettera dell' alfabeto che è stata la grande scopritrice della mia parte odiosa, che me l' ha mostrata in tutta la sua stoltezza.
Lettera dell' alfabetooo?! - Sì.
C' è un motivo ricorrente nella mia vita. A turno ce n'è sempre uno e riesce anche a variare. Un' ultima lettera dell' alfabeto spietata ha scavato un solco tra ciò che ero, ciò che sono e ciò che non sarò mai o mai più.
Adesso, però, è così talmente facile comprendere.
Ora mi viene da sorridere a vedere gli sbattimenti, anche i miei stessi sbattimenti, perché alla fine di tutto, tutto diventa nitido e sparisce la magia.
La magia va d' amore e accordo con la mia parte odiosa, anzi, forse quest' ultima è completamente magica, così avvolta nello stupore sublime da recarsi un senso di tepore talmente forte che lascia i segni (per intenderci: come la mano sotto il cuscino con la federa di flanella, che appena la sposti è completamente segnata) quando si spegne. Qualcuno potrebbe pensare: "se ha un interruttore perché non la spegni, scusa?!" - "Perché?! Scusa tu, ma se avessi l' interruttore secondo te, la chiamerei odiosa? Non ho io suo il pulsante", questo risponderei.
C' è un velo tutt' intorno, io posso quasi toccarlo e mi ci perdo, tanto è tutto costruito da me, io posso fare e disfare, posso creare e posso distruggere. Io posso tutto e posso anche scriverlo, io posso diventare medico oggi, e avvocato domani, posso fare l' ingegnere, la speaker e la pallavolista, posso andare a New York e posso tornare fra due minuti, come dicevo prima, io posso accatastare e posso selezionare, posso fare tantissime cose, ma mi manca ancora il non essere in grado di appropriarmi di me stessa quando serve.
Sarebbe facile o forse stupido privarsi delle emozioni, ma non recherebbe dànno. Quali emozioni?! Per me l' emozione più grande è credere, e tutto scaturisce da là. Se credi puoi, puoi fare tutto e mentre lo stai facendo il punto di partenza si dirama in mille, milioni di altri sentimenti, c' è l' adrenalina, la voglia di andare sempre di più e sempre fare meglio, l' ansia piacevole del non sapere quale è il punto di arrivo, il librarsi nell' aria pur non possedendo un motore e un' elica, il sentirsi un motore dentro il petto che spinge ad andare avanti e a non lasciarsi scoraggiare.
Credere dà la magia e non si crede se non si pensa di potere, forse. Forse. Oppure forse, si crede quando ci fanno credere, quando ci mostrano che ogni cosa è possibile, forse loro sono più sconsiderati di noi, forse ci spingono a credere perché noi possiamo alimentare il loro motore, ma quando da motore diventiamo benzina, solo e soltanto benzina, veniamo accantonati per una passeggiata a piedi, per una cena e due gamberetti, per due salti o per una poltrona, allora là c'è seriamente qualcosa che non quadra, ed è lì che si sente un rumore nel retro della nostra bottega, qualcuno prova a spegnere la luce e mentre nonostante tutto ciò che abbiamo sentito nell' anima prima ci sembrava meraviglioso ora siamo sollevati.
Alla fine, finalmente, con gli occhi sbarrati dalla lucidità della mente e lucidi ancora per aver visto oltre il finito... ci chiediamo se valeva la pena di rimanere con l' interruttore premuto quando fuori c' era un grandissimo sole. Perché forse il sole è una delle poche cose su cui non puoi fantsticare, ma non c'è bisogno di nessuna magia per credere in lui. C'è e basta. (E non gli devi pagare nemmeno la bolletta.)
P.S.= ieri ho sentito dire che "una vita senza emozioni non vale la pena di essere vissuta", sono certa che sia stato detto con la massima leggerezza con cui ognuno di noi nella nostra vita ha provato a dare coraggio a qualcuno dandogli una pacca sulla spalla, dimenticandosi del burrone proprio là vicino.
Io non credo che certe vite valgano più di altre e non penso che il valore di una persona si possa misurare in ciò che fa o in ciò che è o in ciò che ha, io SO che ognuno ha un valore e che questo è soggettivo e che non diamo sempre la stessa parte di noi a tutti, che ci sono i periodi no e quelli sì, e che per quanto banale possa essere questo post scriptum non supererà mai l'atrocità di certe "bestemmie".

venerdì 13 marzo 2009

Mov Enza, Sonnol Enza, Appar Enza - Tre Cu Gine scrivono un post al posto mio.

Aprile dolce dormire.

Era un Marzo come tanti, ma sembrava che fosse proprio un Aprile irrimediabile. L' aria ti addormentava senza bisogno di prese per addormentare di Al Coghan, gli occhi ti abbandonavano per farsi sedurre dalle palpebre, il mondo scompariva dissolto nella nebbia di uno sbadiglio, il corpo dava cenni di negazione al movimento, esclusi i momenti successivi al completamento del processo seduttivo di cui ho detto sopra, così una danza turbolenta nel vortice dei sogni dava il via ad un meccanismo inconscio che faceva, di quel Marzo, un Aprile dolce dormire.

Dio che sonno.

martedì 10 marzo 2009

Hakuna Matata

Ogni notte (o quasi) mi viene in mente una storia, assurda, che si basa sulla realtà, ma mi trovo a letto e dal limite della coperta, poggiato sul collo, fino alla punta dei miei capelli, l' aria è così fredda che decido di non alzarmi per scrivere al computer.
Ci sono delle volte in cui il peso delle delusioni mi fa arrancare fino al quaderno più vicino, mentre altre volte, in cui il peso dell' indifferenza è pari soltanto al peso dell' insofferenza che riesco a sentire in determinate circostanze, fa in modo che l' unica operazione che io riesca a compiere è prendere un telecomando e guardare la televisione.
Programmi notturni: televendita; televendita; televendita; antenna guasta; televendita; antenna guasta; antenna guasta.
A quel punto, con gli occhi sbarrati verso il buio più pesto, le alternative sono soltanto due: la prima è pensare (sconsigliata), la seconda è non pensare (ma cosa fai nel frattempo? Ti giri i pollici e canti Dadaumpa? Io mentre canto Dadaumpa non riesco, per esempio, a non pensare a chi cantava Dadaumpa, che la cantavo a scuola con la mia compagna di banco, che è passato tanto tempo, che a quei tempi nonostante non fossi molto responsabile per alcuni aspetti, comunque lo ero per altri versi più di adesso, ma in ogni caso, chi se ne frega e oggi non è il caso di mettersi a pensare a queste cose, però, che allegro motivetto il Dadaumpa, mi fa venire in mente Bum chaca chaca chaca bum, che anche se non so cos'è, ha un ritmo piacevole che, però, mi porta a pensare a qualcosa che non c' entra nulla, perché se non posso associarlo ad un' immagine allora ne creo di nuove - che poi, sono sempre vecchie o inventate e perciò riguardano l' amore e amen).
Ed ecco: la maggior parte dei pensieri partoriti dalla mia mente non ancora abbastanza labile da aprire i rubinetti per far scivolare i pensieri, riguardano l' amore, ma non quello con la a maiuscola, ma quello con la a minuscola (siamo ad inizio di frase? Non mi sembra).
Così, mentre l' incompiuta vita va avanti, anche l' amore mi porta a pensare ad altre cose, che poi più che cose sono persone, luoghi, attimi, sassi, pozzanghere, i miei post (quasi cinquecento) quasi tutti dedicati, ma così, al vento... ma tanto lo so, che la maggior parte di chi capita qua, chissà cosa sa o cosa s'immagina che ci sia dietro a quei post, non s' immagina con che animo li ho scritti, magari qualcuno penserà che sono una depressa, qualche altro capitando per caso leggerà i miei deliri scritti per farmi una risata e penserà che non sono una persona seria, ma il punto è che non m' importa più. Adesso, per esempio, sto scrivendo di getto tutto ciò che mi passa per il cervello, e dato che penso allo stesso modo in cui ho la scrivania in questo istante: in confusione - finisco con il cominciare i periodi in un modo e a finirli in un altro.
Mi chiedo a quante cose la gente può pensare contemporaneamente... perché quando si tratta di pensare tutti dicono "tu pensi troppo, hakuna matata e bla bla bla", ma se per caso chiedi a quante persone stanno pensando contemporaneamente... a parte che gli occhi diventano a forma di cuore all' istante, ma poi, la maggior parte, diciamo quelli con meno pudore, ti dicono che hanno per la mente almeno un paio di persone. Questo paio di persone che normalmente sono di sesso opposto, sono opposte anche... ma entrambe dividono la stessa testa e il chè non mi sembra cosa malvagia, anzi... chi non ha mai sognato di dividere lo spazio circostante con qualcuno? Cosa importa se è soltanto una testa?! L' importante è non stare in condizione di solitudine.
Intanto il motivo per cui ho cominciato a scrivere questo post sta lentamente sempre più svanendo, mi piacerebbe trovare quel quid, quella tristezza disperata che mi fa dire qualcosa che trasmette un' emozione (come dicono in televisione), ma forse, per il momento sono davvero troppo piena di emozioni per poterne scrivere.
E quella che avete appena letto era la caz**** delle 12:41, ora in cui, una persona responsabile, di solito, si appropinqua alla cucina e comincia a impiastricchiare qualcosa, così quando torna la gente di famiglia almeno può mangiare. Dato che io, responsabilissima sono e fui vado a cucinare pure, così siamo tutti più contenti ed in casa regnerà il sorriso... e noi saremo suoi sudditi, e ci metterà in catene, e il sole in cielo splenderà forte, così ci arrostiremo, ma potremo mettere la crema abbronzante, però, ci sporcheremo le mani e non potremo più mangiare così dovremo lavarci le mani e poi ci arrostiremo di nuovo, finiremo in un circolo vizioso in cui ci passerà la voglia di ridere, il sorriso non sarà più sovrano e .... io ho perso altri minuti... fra un po' tornano e, lasciamo perdere.

Buon pranzo ^^

venerdì 6 marzo 2009

Il blocco del bloccato.

E un giorno mi venne il blocco del postino. Non riuscivo più a consegnare le lettere, ed era qualcosa di inaccettabile anche se poi, non era soltanto questo l' aspetto più brutto... Il blocco del postino consisteva nel non riuscire a consegnare i messaggi e nel sapere che il destino di qualcuno dipendeva dalle mie azioni non azionate.

Questo periodo andò avanti giusto il tempo di ricevere la lettera di licenziamento che ovviamente non riuscii nemmeno a leggere. Chiamai il mio fidanzato e la feci leggere a lui. Ancora la carta mi scivolava dalle mani come acqua di ruscello tra le rocce di montagna, sembrava che la via d' uscita non arrivasse mai.

Andai via da casa mia, con il pianto nel cuore. Cercavo un nuovo lavoro. Soltanto, però, che ogni qualvolta mi avvicinassi al portone di un' azienda e che provassi a suonare il campanello stavo sempre con l' ansia e la paura che dall'interno della struttura di turno non sentissero il suono al primo colpo, giacché non riuscivo più a suonare nemmeno due volte.
Niente potevo fare, proprio nulla di ciò che un postino normalmente fa. Per affrancare una lettera, per spedirla, per indirizzarla, ma, soprattutto, per consegnarla o smistarla, io non servivo più, e me ne stavo lentamente facendo una ragione.

Trovai finalmente lavoro. Facevo il barista di pomeriggio. Non avevo più problemi o così mi sembrava, finché non terminò il blocco del postino e cominciò il blocco del barista.

Non ero più capace di riempire nemmeno un bicchiere per i clienti, così cominciai a tracannare dalla bottiglia e mi venne la cirrosi epatica.

Volevo farmi curare, ma fui colto dal blocco del malato, stavolta, però, fu positivo e non fui più malato.

Allo scadere del trentunesimo giorno del blocco del malato vennero a trovarmi tutti i miei amici e conoscenti, tutti in abiti scuri, erano commossi. Festeggiarono il giorno della mia liberazione, salutando il vecchio me con un fazzoletto bianco in mano, gli occhi lucidi e ricordando di me.
Non è che io adesso mi senta molto libero, anzi, mi sento addosso come una specie di blocco alla vita, ma che ne so?! Sarà soltanto un' impressione...

mercoledì 4 marzo 2009

"Io non sono paranoico, io non sono paranoico"

La notte del mio compleanno, sembrava che in giro stessero trasmettendo una scena inedita de "Il corvo". Un buttana rivolto a chissà chi o cosa è risuonato nell' aria inquinata dai fiati puzzolenti di un coro di ragazzi che fissando il muro di una casa si lasciavano andare ad un turpiloquio insensato. Poco più tardi un' ambulanza si è fatta strada tra il traffico lento di autovetture ospitanti altri giovani. Intorno ci sarà anche stato sentore di essere in pieno Sabato sera di divertimento, ma a quel punto, ormai una specie di angoscia si era impossessata di me. Credo di aver sfruguliato la gaiezza dei ragazzi con i miei noiosi pensieri per tutto il tempo successvo a questi avvenimenti e nonostante tutto non sento addosso il benché minimo pentimento.

Nonostante intorno a noi non vi fosse il massimo della tranquillità e la serata non lasciasse il minimo sciabordìo di serenità negli animi, tra di noi si stava bene.

Erano anni che non festeggiavo più il compleanno in quel modo, non un modo particolarmente speciale, solo una maniera per stare per conto mio e provare a condividere la gioia dei miei ventisei anni (gioia?!) insieme alle persone con cui di solito trascorro i sabato sera.

Mi piacerebbe poter raccontare anni e anni in cui non ho voluto festeggiare il compleanno ma... no, non mi sembra il caso, diciamo soltanto che non ero in vena di feste, più o meno, sì dico più o meno perché stare alle feste degli altri non mi è mai dispiaciuto.

E allora, adesso stanno lentamente arrivando gli "enta" ed io mi sento addosso ancora gli "enti", a volte se devo essere sincera me ne sento soltanto dieci.

La differenza tra me e una ragazzina di dieci anni consiste nell' ora di sveglia del mattino, dopodiché abbiamo lo stesso stile di vita. Più o meno. Diciamo che negli ultimi anni sono passata dai quarant' anni agli ottanta repentinamente per poi raggiungere i vent' anni e regredire fino ad arrivare a dieci anni, poprio come ora. Ed è strano pensarci proprio ora... perché quando avevo dieci anni, dopo aver festeggiato il compleanno ero arrabbiata tremendamente con mia madre, anche se, poi, forse, ero inutilmente arrabbiata, perché adesso mi ricordo di essermi divertita.

Molte volte durante il presente si ha una percezione differente dello scorrere del tempo rispetto a quello che è il suo svolgimento reale, sarà che dovevano passare sedici anni prima di rendermi conto di questa cosa.

E così, adesso, sono tornata online, perché sì, sarà che ho avuto una percezione sbagliata del tutto e anche se ogni tanto ho paura di essere spiata o controllata o semplicemente che qualcuno voglia mettersi di traverso sulla mia strada, mi rendo conto del mio avere la vita attiva tale e quale a quella di un bradipo in vacanza ed è davvero un po' curioso tutto ciò, e perciò me ne frego un po' e proseguo per la mie strade internettiane e reali, da finta scrittrice e da adolescente cresciuta e gioiosa seppur con una lieve tendenza alla paranoia.

Cucù!

Prosit!