Esmeralda Matilde Lapis, era una donna della mia stessa età, anche lei aveva due nomi e i miei stessi colori: occhi castani, capelli castani, altezza uguale alla mia, anche il peso non si discostava di molto, e aveva una caratteristica che ci rendeva simili più di quanto entrambe volessimo ammettere: condividevamo, infatti, in ogni frangente delle situazioni presenti nelle nostre vite: le stesse opinioni e gli stessi pensieri, soprattutto, quando volevamo dire che le nostre idee erano completamente differenti (le sue dalle mie e le mie dalle sue).
A me piaceva far venire il mal di testa alle persone con cui conversavo, a lei intrigavano, invece, i discorsi semplici e lineari. Ignorava, però, che la linearità può ingarbugliarsi più e più volte, fino a farle cambiare qualsiasi concetto che lei stesse pensando, e il tutto in un solo istante.
Esmeralda Matilde Lapis, non era né il mio doppio, né il mio alter ego, anzi, era soltanto una persona, diciamo più una macchietta che avevo incontrato durante un'uscita con Neutro (il mio caro, vecchio, buon amico fraterno Neutro: è impossibile non volergli bene, sa sempre tutto e non rompe mai con la sua saccenza, nemmeno se lo torturi. Io lo adoro, anche se, so che se si esprimesse, ogni tanto, potrebbe fare faville. Prima o poi, glielo dirò, ma non oggi, per oggi sono impegnata con Esmeralda Matilde Lapis: andiamo al negozio di elettronica: lei è ancora un po' troppo antiquata, bisogna aggiornarla su tutto ciò che potrebbe fare con dei buoni programmi e uno scarso pc.).
Esmeralda Matilde Lapis mi porse la mano per presentarsi, utilizzando la vecchia (e mai fuori moda) formula: "piacere di fare la tua conoscenza", io le risposi: "ancora non ti conosco, te lo dico fra un mese se è un piacere pure per me, per adesso, ti auguro che sia un piacere per te, il conoscermi", ma dalla mia presentazione, qualcosa mi lasciava presagire che sia lei, sia tutti gli altri, (i quali si trovavano per nulla distanti da noi) già mi avevano ampiamente catalogata da qualche parte in cui mi sentivo fuori luogo. E poi, chissà, il perché.
Esmeralda Matilde Lapis, mi chiese se almeno potevo dirle il mio nome. Era buona. Qualsiasi altra persona se ne sarebbe già andata via, ma lei no, lei rimaneva là imperterrita ad ascoltare, a cercare di capire, di sicuro, lei non era me, ma mi sembrò di avere davanti un ottimo strumento per conoscermi meglio, poi di cognome faceva Lapis, chissà che donna interessante avevo davanti, e quasi quasi me l'ero lasciata sfuggire.
Quindi, assodato che da Neutro non potevo carpire nient'altro che oggettività e impressionismo, decisi di affidarmi, alla conoscenza di Esmeralda Matilde Lapis.
Solo pronunciare il suo nome mi colorava la giornata, e tra lei e Rossana, si viveva in un mondo fatto di vernice, tempera e mondi colorati. Rossana era sua sorella, per fortuna non la lasciavamo mai parlare, perché ogni volta che le concedevi un po' di spazio era soltanto capace di creare caos e scompliglio, e, però, aveva quel nome, che si faceva perdonare sempre tutto, e lei lo sapeva, la maledetta: ci giocava su, finché non arrivava il momento della verità, e giungeva puntuale sempre, perché se messa alle strette da noi o da chiunque altro, si aggrovigliava i piedi e cadeva miseramente senza alcuna speranza di potersi riprendere. Era così, non si conosceva ancora abbastanza, piccina com'era.
Esmeralda Matilde Lapis invece, lei, sì lei era di tutt'altra pasta: così irritante, ma così simpatica, eppure così pessima, e così semplice, e così misurata, e così bonaria, e mai sopra le righe e mai un po' fuori dalle stesse, un'autentica Lapis, tale e quale a suo padre.
La invitai una sera a mangiare a casa mia, e mi disse che era a dieta. Che un Lapis fosse a dieta non l'avevo mai sentito dire da nessuno, ma lei, che ci poteva fare?! Lei era diversa! Doveva dimagrire l' "indimagribile", ma per fortuna, le sue diete erano sempre infinitamente finte. A parole chissà cosa ti faceva pensare, mentre quando si finiva a fare i conti con i fatti, non poteva sfuggire dalla realtà di ciò che lei era.
E niente: ci frequentammo per un mese, poi lei mi chiese: "possiamo presentarci di nuovo?!", la giovincella, evidentemente, voleva sapere cosa pensassi di lei. Io le risposi di no, com'era ovvio che rispondessi. Ci rimase male, ma che altro si poteva fare?! Continuare a frequentarsi, no?! Sì. Così, da quel giorno, io le promisi di insegnarle ad usare il computer e ci separammo raramente e per cause più grandi noi.
Esmeralda Matilde Lapis è insostituibile, ma devo piegarla di più al mio volere: mi piace comandare mentre lei non ci pensa neanche e questo è male in questo mondo.
Devo proprio insegnarle tutto io?!
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Avete appena letto la prima partedi un racconto NON autobiografico. Qui la seconda.



