Trascorse del tempo senza vederci. Io dovetti partire per una città lontana, piena di fili di metallo, che attraversano il cielo, se lo guardi a testa in su, e la terra se cammini a testa bassa, e ti conviene davvero guardare dove metti i piedi, oppure puoi rischiare di cadere, eppure se ti ritrovi in un nuovo luogo da sola, forse è meglio se cammini tenendo sempre presente di tenerla alta, oppure ti destabilizzi.
Quando ci si trova soli in un luogo vuoto di affetti la reazione può essere univoca: si viene sovrastati da un immenso desiderio di tornare indietro o di averne tanti di nuovi (affetti, intendo).
Oppure la verità è che non siamo tutti uguali, e che esistono persone che abitualmente si adagiano in ogni posto in cui vanno e altre che, invece, è già tanto se si sentono bene se si aggrappano alle loro radici, sdraiate sui loro divani, a bere tisane calde in serate fredde, con il rumore della televisione alto a invadere la stanza, l'animo e i pensieri, e ogni tanto mi chiedo come si fa in certe occasioni a non perdersi mai un minuto della giornata, quando io, invece, nonostante tutti i miei numerosi difetti irrisolvibili, ne aggiungo ancora uno, e ne perdo tanti, quanto più vivo un attimo, tanto più poi penso a questo, e lascio andare via nuovi momenti, stralci di conversazione che saltano via dal mio cervello- database, mentre ormai so che è un gioco inutile e masochista, ma non ho ancora trovato il modo di trovare una soluzione a questo.
Le chiamano preoccupazioni, gli umani. Così mi sono convinta che mi succeda di estraniarmi perché sono preoccupata. Eppure io so che se lo faccio è perché devo arricchire il mio archivio cerebrale, per poi stilare la relazione che invierò ai miei complanetanei, i quali ormai da troppi anni stanno sperando in un mio ritorno. Non i miei capi, però, loro no.
Hanno fatto di me un oggetto di guadagno. Hanno rubato dagli umani l'idea dei media, e creano e rubano idee a loro attraverso me.
Non ho più una vita privata e nessuno dei miei conoscenti se ne cura. No, non parlo degli umani: sono esageratamente differenti da me per poter sperare che mi giunga un aiuto concreto da loro. Mi riferivo ai miei vecchi parenti che fluttuano nel cosmo. Almeno uno fra di loro potrebbe correre in mio aiuto, ma non succede. Mi arrabbio. Mi calmo. A che serve? A nulla. Appena, quindi, afferro la conclusione poco prima menzionata, ripenso a Esmeralda Matilde Lapis e alle dicerie sulla sua scomparsa. Io so che era una persona da studiare, lo stavo facendo già... ma si sa che chi ha più potere ti toglie il caso delle mani, appena vede che l'acqua è buona da poter trainare verso il proprio mulino.
So che tra i miei simili starà bene, perché lei ha quel qualcosa di inafferrabile che io non ho, lei non chiede niente di più se non di essere felice per ciò che ha e chissà se tra questa unica cosa che lei domanda ci sarà anche uno spazio che mi riguarda: forse si commuoveranno e torneranno a prendermi.
Io li aspetto, e intanto scrivo, per mettermi in contatto con Lapis in qualche modo, dal mio pianeta si sentono le vibrazioni della mente, e i miei pensieri tremano quando penso a tutto il bene che c'è nel mondo e che non ho ancora imparato a gestire.
E in questa maniera, scrivendo e scrivendo, mi estraneo ancora, e loro studiano, ed io, non sono ancora completamente soddisfatta di ciò che per il momento sono.
Loro si arricchiscono ed io continuo a ripassare.
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Avete appena letto la seconda parte di un racconto NON autobiografico. Qui la prima parte.



