martedì 7 luglio 2009

Sbagliato umano (e non è un errore).

Ho cominciato a dannarmi alla ricerca del sentiero giallo a metà dell'ultimo anno del liceo. Da allora non credo di aver camminato su qualcosa che somigliasse almeno un po' al giallo ma ho proseguito lo stesso e continuerò a farlo.
Avevo appena diciott'anni e sentivo parlare le mie compagne di classe: ciascuna di loro sapeva già quale strada avrebbe intrapreso, se quella delle nozze o dell' università, o di entrambe le cose.
Io ero riuscita a sorprendere tutti a casa, nessuno di loro se l'aspettava che avrei fatto una scelta simile: una mattina uscii di casa e andai a cercare un lavoro, così, senza pensarci due volte.
In fondo, nello studio ormai da cinque anni non ero più costante, e sapevo da sola che avrei dovuto lasciare perdere tutte le speranze che i miei genitori avevano caricato dentro il mio zaino insieme ai libri.
Girai a zonzo per un'intera settimana, fingendo che sarei andata al mare con una mia amica, finché non trovai un lavoro. In realtà due in uno. Lavoravo come gelataia part-time e come baby-sitter il fine settimana per i miei capi-coniugi.
Eppure nonostante fossi indipendente e mai sola, sempre circondata di persone, sentivo che c'era qualcosa che mi mancava. La mia strada non era quella, oltretutto, mal sopportavo di vedere i lacci colorati dei costumi legati al collo delle altre coetanee che venivano a prendersi i ghiaccioli, di ritorno dal mare.
La mia Estate dopo il diploma fu un completo disastro, ma ero parzialmente indipendente dai miei, sebbene, non mi guardassero più nemmeno in faccia quando aprivo la bocca.
L'anno seguente trovai anche l'amore. Era molto più grande di me. Diceva di amarmi con uno sguardo ed una voce, con quel suo modo che tutt'oggi mi è ancora impossibile da descrivere. Dicevo anch'io d'amarlo, con lo sguardo e la voce tipica di chi ama.
Nemmeno di questa scelta furono contenti a casa mia e quando gli presentai il mio fidanzato non aprirono bocca. Non lo fecero nemmeno le volte seguenti e fu molto meglio così, perché se l'avessero fatto, immagino anche con quale tipo di lama tagliente avrebbero affilato le loro parole.
Eppure, nonostante questo, nonostante potessi vantarmi d'aver raggiunto l'indipendenza, di vivere l'amore, nonostante non dovessi più studiare per farmi giudicare da qualcuno, ma soltanto per imparare meglio l'arte di capire gli altri, nonostante tutto, io gli altri non li capivo lo stesso, e mi sentivo ancora insoddisfatta.
Io e il mio lui decidemmo di andare a vivere insieme. Tutto il vicinato ci osservava ogni volta che uscivamo di casa, se andavamo tardi o presto, guardavano se e come eravamo vestiti, era insopportabile, ma aspettavamo che facessero l'abitudine a noi due, anche se nel frattempo ce ne sbattevamo alla grande.
Ogni tanto avevo voglia di tornare a casa dai miei per trovarli, ma non mi piaceva la loro accoglienza, mi facevano sentire sbagliata, e sicuramente lo ero.
Avrei dovuto mettermi a studiare e magari non come una pazza ma con i miei tempi sarei riuscita lo stesso a terminare e prendere un'agognata laurea che mi sarebbe servita a qualcosa (anche se adesso non mi sovviene cosa), avrei dovuto farmi mantenere fino a quando avrei concluso gli studi così non mi sarei fatta sfruttare da qualche datore di lavoro per poche centinaia di euro, avrei dovuto incontrare qualche ragazzo della mia età e magari instaurare un bel rapporto fatto di letterine e regalini e cioccolatini per la festa di San Valentino per poi tagliare i ponti con lui in vista delle sue giovanili esperienze irrinunciabili, ma al contempo anche una via d'uscita per me per poter diventare più forte e più donna, per potermi divertire di più e non innamorarmi della persona sbagliata.
Avrei dovuto fare tutto questo e magari non sarei stata sbagliata io, o forse sì.