sabato 20 giugno 2009

Libertà da schiavitù e schiavitù da libertà.

Decine di film non smettevano di raccontarmi di qualche sofferenza per amore, di donne trascurate e di mariti traditori, di donne innamorate e di mariti feriti, di donne consumate e di uomini in crisi.
A rotazione mi venivano davanti questi personaggi ingabbiati in una vita che non li faceva stare bene e li opprimeva in un circuito grande quanto la circorferenza del loro corpo, costringente quanto le bende ingiallite di una sorta di mummia immobilizzata e chiusa in un sarcofago.
E chissà se la realtà poi, era davvero uguale. Chissà se poi, ci si sentiva davvero così alle strette. Io me lo chiedevo ripetutamente, finché poi, un giorno, non mi capitò di diventare empatica. Da quell'istante potevo sentire i dolori e le gioie della gente che mi passava accanto, che mi sfiorava appena, che mi alitava in faccia, che distribuiva la sua voce nell'etere.
Richiamarono la mia attenzione un uomo e una donna. Lui amava lei, dopo non l'amò più. Lei amava lui, dopo provò a non amarlo più. Lui l'amava ancora, dopo. Lei non lo sapeva più, ma voleva dirglielo, il suo amore c'era, ma quello di lui, c'era ancora? Lui stava con un'altra persona, a cui voleva bene, ma la lei di prima doveva restare immobilizzata a guardare vivere lui. No, lui non voleva questo, voleva che avesse una vita e che fosse felice ma non voleva che si muovesse per realizzarla. Ma cosa voleva allora?! E lei, cosa voleva? Di lei potevo sentire i sentimenti, lei si poteva lanciare in quell'amore, se solo tutto fosse stato meno complicato. Lui non poteva mandare al suolo tutto quello che aveva. Lei non aveva nulla da mandare al suolo, a parte tre o quattro principi sui quali, un giorno decise d'impuntarsi, dopo aver baciato un ragazzo che aveva già una ragazza.
Arrivò luglio e non era di certo il mese migliore per resistere. Il corpo cedeva al sole e l'acqua spingeva per uscire fuori dal corpo ed abbronzarsi anche lei, gocciolando dalla fronte, dalle mani, dalla schiena. Si abbracciavano come se fosse gennaio, in piena bufera.
Avevano buttato tutto per aria: famiglia, lavoro, amici, passatempi; finché non arrivò il tempo di ricostruire tutto. Nacque la prima figlia. Si ricominciò a lavorare. Tornarono gli amici. S'intrecciarono nuove anime. Qualcosa mancava ancora.
Lui pensava, lei pure.
Io non ero più capace di sentirli perché era finito l'effetto dell'empatia e perché non ero telepatica. Tra la gente empatica non ero nemmeno tra le più esperte, il mio potere era a livelli elementari. Nessuno mi aveva dato una mano per coltivarli. Con il tempo avevo imparato a gestirli, ma non era stato abbastanza.
Un giorno, poi, non si sa come, io mi ritrovai nel corpo di lei. Riuscii ad ascoltare i suoi pensieri. Avevamo paura dei fantasmi del passato, ed eravamo terrorizzate dal presente, il futuro non era più neanche lontanamente ipotizzabile. Eppure quella mattina trascorse lo stesso, lui tornò dal suo viaggio, e tutto fu di nuovo ricco di entusiasmo, era stata solo malinconia di un attimo. Tirammo un sospiro di sollievo e uscii dal corpo di lei.
Ero felicissima per aver scoperto che la vita è fatta di momenti effimeri e che tutto ritorna sempre al suo posto, certo, non avevo più nessun potere magico, però, sapevo che io, nella MIA vita, non dovevo rattristarmi più fino a sprofondare, che non dovevo diventare buia se qualcosa non poteva andare come volevo, perché ... in effetti no, io non sapevo il perché, e non l'avevo nemmeno capito da tutta questa storia, ma sapevo che gli istanti vanno e vengono, e mutano sempre come le persone se non s'impegnano ad essere quella parte buona che sanno di avere dentro. Sapevo, però, che amavo la libertà in ogni sua forma e che ora dovevo soltanto mettermi in testa che dovevo voler bene anche alla libertà di scelta altrui e sperare che nessuno diventasse all'improvviso telepatico o empatico nei miei confronti, perché tutto ciò che avevo di più caro era proprio il tesoro che nascondevo nella mente e nel cuore: qualche neurone e alcuni vasi sanguigni comunicanti.