lunedì 29 dicembre 2008

E che cavolo!

"E che cavolo!", mi dissi mentre stavo bighellonando intorno alla rete dei pesci del mio ragazzo sparsa per la stanza adibita a sgabuzzino. "E che cavolo", mi ripetei, ancora più convinta della mia esclamazione anche se stavolta pronunciai la breve frase con minore enfasi ma con più disinvoltura. "E che cavolo e tre!", mi resi conto da sola che l' esclamazione sarebbe stata sentita soltanto da me, ma che anche se avessi avuto degli spettatori non avrebbero certamente capito a cosa mi stessi riferendo, e nel qual caso mi fossi lasciata andare davanti alla mia famiglia: mia madre mi avrebbe chiesto con tono ironico e sospettoso e al contempo pieno di sé "che c' è, ah, che ti è capitato???", e io mestamente le avrei risposto "niente", perché in effetti quel "E che cavolo!" iniziale arrivava proprio dall' aver assunto la forma mentis di quando non ti succede proprio nulla, quando la noia ha già smesso di ottenebrarti anche i desideri e li osserva inerti in un moto immobile che definire moto fa alzare come minimo un sopracciglio in segno di domanda.
Ero ancora là, mi chinai lateralmente rispetto alla porta per raccogliere la rete, la osservai e pensai ai pesci, poveri e disarmati pesci che aprono e chiudono le labbra carnose come per dire qualcosa o come per farsi apprezzare ma che non sarebbero sexy nemmeno se ad insegnare loro le arti della seduzione fosse Alba Parietti in persona o la più naturale delle Scarlette Johanson, ma che siano sensuali o no, che siano attraenti o no, hanno comunque quel gusto delicato che attrae l' uomo con la rete in mano, e non si riesce a farne a meno, è come quando si dice che non bisogna guardare l' aspetto ma la sostanza... certo, che se per mangiare bisognasse lasciarsi sedurre dalla forma, insomma, chi mangerebbe più la frutta vera?! Tutti la sostituirebbero alla più colorata frutta martorana e amen. Che orrore la frutta martorana!
E comunque, mentre stavo dicendo "E che cavolo" entrò nella stanza un tizio con un libretto di fatture, io non lo conoscevo, ma appena mi disse "sono qui per una fattura" mi venne spontaneo suggerirgli che per fatture e anatemi doveva andare quattro porte più in giù rispetto alla casa del mio fidanzato. Lui mi guardò stupito e scrollò la testa come per dire che "no, non ci siamo", girò i tacchi e mentre se ne stava andando s' impigliò in un oggetto che stava fermo con noncuranza tra la porta e lo sgabuzzino, o forse con noncuranza l' avevo lasciato io e quello era solo un oggetto privo di epiteti da affibbiargli per allungare il brodo prima di trovare il senso di questa storia.
Ad ogni modo, l' uomo capitombolò per terra a gambe per aria e disse soltanto "ahi, ma che male!", io mi avvicinai a lui e notai che visto al contrario, il suo viso, aveva l' aspetto di un samurai, la fronte formava il mento, le sopracciglia i baffi, e gli occhi... beh, gli occhi che ve lo dico a fare???
E insomma, gli dissi ad un orecchio "c' haiu cingu ciunghi", e lui che capiva perfettamente la lingua samurai (o più semplicemente il mio dialetto) mi rispose "Brooklin?!" Ed io gli dissi "No, mi trovo Daygum protex, vanno bene lo stesso???" e lui "sì certo", quando si rialzò da terra, notai che non solo il suo sorriso era bianchissimo, ma che non odorava di pesci come il mio fidanzato, alché gli chiesi che profumo usasse e a cosa gli servisse lanciare gli anatemi, così lui con aria perplessa mi disse "ma chi ha mai parlato di anatemi?!", io rimasi un momento a fissarlo incredula al suo negare l' evidenza, ma nel frattempo entrò il mio fidanzato e ci vide sdraiati l' uno accanto all' altra sul suolo, e disse "ma che ci fate insieme??? Traditrice! Disgraziata! Come hai potuto??? E che cavolo!" Appena udii le parole "E che cavolo", all'improvviso capii tutto quanto: io ero capace di prevedere il futuro! E il tizio che mi aveva chiesto di lanciare anatemi, in realtà era venuto perché mi aveva scambiato per una fattucchiera. Fu tutto così chiaro come il sole che quel simpatico episodio terminò in una risata generale, poi mi lasciarono entrambi da sola fuori dalla porta.
A volte la vita è strana. E che cavolo!

domenica 28 dicembre 2008

E quando piove...

E quando c' è troppo sole...

E quando non succede mai niente...

E quando non hai nessuno...

E quando hai troppe persone...

E quando vorresti sparire...

E quando stai sempre tra i piedi...

E quando cerco...

E quando non trovo...

E quando le lamentele finte risuonano nelle orecchie peggio delle campane a morto...

E quando questo va bene...

E quando non va più bene perché va bene per tutti...

E quando...


sabato 27 dicembre 2008

E andiamoci.

Domani sera si va tutti alla festa di Facebook organizzata da Martino al Pala Don Bosco di Gela. Immagino chi ha più di 500 contatti mentre si districa nei saluti verso quello e quell' altro amico, alla fine la testa gli girerà a mo' di elica impazzita, no?!.

Dài su! Domani ci saranno un sacco di persone e speriamo di divertirci :))

P.S.= sei anche tu gelese? Sei a due passi da Gela ma anche a tre o quattro? Domani sera non hai un C**** da fare? Sei vittima di Facebook anche tu? Aggregati agli altri mille personaggi che parteciperanno a questo evento e non te ne pentirai.*

*Per me non garantisco.

sabato 20 dicembre 2008

E' solo quasi Natale, ma per qualcuno...

E' il 20 di Dicembre, i giorni suggeriscono che tra pochi giorni cominciano le vacanze natalizie, l' aria fredda e pungente s' insinua tra le ossa fino al punto che anche per stare in casa mi tocca non distaccarmi durante la giornata dalla mia copertina, l' atmosfera è più che natalizia e l' umore è sempre il solito, enfatizzato e buono e intollerante ma felice di ringraziare per un nuovo giorno... ma che dico?!
Quest' anno nuoto nel limbo, non nello stesso limbo delle attese che mi accoglieva come sua ospite nei tempi passati, è un limbo in cui mi chiedo cosa dovrei sentire.
Credo di non avere nessun motivo per desiderare che Babbo Natale passi dalle mie parti, perché non sono stata poi così buona, perché anche se mi sono impegnata non ho dato il massimo, anzi, ho fatto proprio il minimo, poi chi può dirlo?!
Insomma, so da secoli che Babbo Natale non esiste ma mi bombardano così tanto che alla fine finisce che anch' io scrivo una lettera a lui.
E lui esiste?! Ma sì che esiste... lo so che ho detto di no, ma adesso voglio credere che sia vivo, decrepito e con la borsa dell' acqua calda sullo stomaco, la bombola dell' ossigeno attaccata alle narici (che mi ricorda tanto mio nonno degli ultimi tempi), mentre si chiede se ce la farà anche questo Natale a farsi passare il raffreddore almeno entro giorno ventisei, perché da secoli ormai prende la cinese, la spagnola, la thailandese, ecc... gli ultimi sei giorni prima del Natale. In questo modo, non può uscire fuori con la slitta trainata dalle renne, anzi, Rudolph gli serve da stufa perché i termosifoni a causa dell' incessante freddo non gli bastano per riscarldarlo e quindi guarire.
Così tutti noi continuiamo ad aspettarlo, da quando ha compiuto ottantadue anni e la sua salute si è fatta cagionevole in misura maggiore, tanto che anche i medici gli avevano consigliato di abdicare, ma lui non ha acconsentito perché alla fine non importa cos' ha dentro la sacca ma la magia che sa portare (il medico a quelle parole ha corrugato la fronte e aggrottato le sopracciglia poi ha fatto spallucce e scosso la testa come per annunciare che l' arteriosclerosi si sta facendosentire più forte).
Quanto ai regali, quelli in casa sua staranno sommergendolo... ma lui non demorde, e intanto ci dice che dovremmo pregare e sentirci più uniti, che Gesù è nato la notte del Ventiquattro e che noi dobbiamo celebrare la sua nascita, che è per lui se noi facciamo festa e che se magari gli diciamo un Padre Nostro e un Ave Maria finalmente il ciccione guarisce e ci porta tutti i regali che abbiamo richiesto nel corso degli anni.
La casa di Babbo Natale sarà anche enorme, ma non è un magazzino infinito e anche se i figli degli elfi si stanno divertendo un mondo a giocare con il regalo che abbiamo richiesto a sette anni, insomma, mica poi non crescono... quanti altri figli dovrebbero mettere al mondo?!

P.S.= scusatemi piccoli elfetti, se io ero l' unica bambina che da piccola, non chiedeva giocattoli normali ma una Ferrari e la villa con piscina in un' isola esotica.

P.P.S.= Elfi adulti... vi state divertendo con la mia villa e la mia piscina e la mia Ferrari, vero?! Ve possino... :D

Auguri a tuttiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!

mercoledì 10 dicembre 2008

Il lago, il marinaio, i gabbiani, il bello e il cattivo tempo.

"E' solo un lungo periodo senza sale" disse il marinaio al lago che placido e trasparente rifletteva il colore del cielo sulla superficie dello sguardo dell' uomo.
"Non temere" rispose il lago "il mio destino è da sempre la dolcezza, sono arrivati da me cigni a danzare d' inverno sul mio ghiaccio, sulle mie sponde sono arrivati cantati di domenica, qui piccole imbarcazioni stazionano e mi scuotono ogni dì. Credi che senza il sale non si possa vivere?"
"Non ti stanchi mai del tuo essere così mansueto? Tu credi che alla gente piaccia il tuo essere accomodante e sempre saggio? Perché una volta non ti ribelli? Smettila di essere tanto dolce. Sii più impetuoso, prendi esempio dal mare, non vedi che non è mai solo? Non vedi quante persone si riversano alle sue feste illuminate dai falò? Non vedi quanta musica gli fa compagnia in Estate?  Non ti accorgi di quanto ti lasciano sempre da solo e ti vengono a cercare solo perché lui non c' è?!"
"Caro marinaio, io sono un lago tranquillo, non so cosa sei venuto a fare dalle mie parti, ma tu sai che se voglio posso rigirare la tua barchetta, non provocarmi. Dimmi del  tuo sale, da quanto tempo ti manca e perché?"
"Ti ho appena offeso e ho detto di tutto per farti cambiare! Perché resti sempre così fermo? Perché non ti agiti? Perché non ti dà fastidio tutto questo?!"
"Vuoi che te lo dica?"
"Sì dimmelo".
"Tu stai solo cercando il sale nel posto sbagliato, se hai smarrito la strada devi trovarla da te, ed io non scendo alle tue bassezze. Io conto solo su me stesso, tu non conti nemmeno su di te. Non vedi quanto è patetico il tuo tentativo di sfuggirmi mentre sarai onnipresente finché non ti getterai in acqua e comincerai a nuotare o a remare (come preferisci)?"
"Ti odio, vedrai che ti combino appena ne ho la possibilità".
"Come vuoi".
"Ti odio".
"Io no".

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Il mare, invece, ogni notte desiderava un po' di pace, era stanco di essere preso d' assalto, stanco di produrre sempre schiuma e onde, stanco di far funzionare la baracca insieme al vento che gli scombinava i piani della giornata.
Di notte lo spiavano i ragazzi, di giorno si prendeva cura degli scogli. Lui desiderava un lavoro diverso, un amore diverso.
Parlava coi gabbiani e chiedeva loro se il cielo lo amasse almeno un po', questi si libravano nell' aria per aiutare l' amico in pena, e vedevano il suo amato intento a far festini con le nuvole, talvolta fermo a rimirare il sole, altre assorto a parlare con la luna.
Al ritorno dal loro volo i gabbiani non sapevano mai cosa raccontargli perché non potevano nemmeno rivolgere la parola al cielo quando si trovavano accanto a lui, perché era sempre impegnato a distribuire bevande e a sistemare le luci, chiare per le serate soft, stroboscopiche per dare un tocco speciale ai colpi di fulmine tra gli invitati.
Così il mare continuava a lavorare, noncurante delle feste, per lui l' unico giorno segnato in rosso, sul calendario, era quello di ferragosto.
Arrivò l' anno 765.000 per il mare e si prosciugò. Nemmeno i gabbiani potevano più piangerlo, nessuna forma di vita che lo rimpiangesse, ma il vuoto che lasciò lui fu colmato dal cielo che seppur arruginito ormai, in fondo non aveva aspettato altro nel corso dei secoli.
Cadde come una coperta sulla Terra e baciò la sua ultima goccia.

martedì 9 dicembre 2008

Tecnicamente la vita è estrosa.

Per portare avanti il progetto di lavoro aveva avuto a disposizione ventisette giorni, allo scadere dei quali Manuela aveva già pronto tutto l' occorrente, aveva risolto calcoli e calcolato tutte le distanze, aveva pensato alle volte, alle colonne, ai rosoni, a tutto.

Manuela viveva nel XXI secolo come la maggior parte di noi, ad esclusione della gente allegra di mente, però, non sapeva distaccarsi dalla visione di eterno che l' architettura del passato sapeva infonderle.
Lei mixava gli stili, e metteva sui fogli bizzarri e indecifrabili ibridi di costruzioni. Chi valutava i suoi disegni le considerava come le proiezioni della sua mente variegata. Piacevano i risultati che ne venivano fuori, ma nessuno poteva non pensare che avesse qualcosa di strano e malamente la riuscivano ad associare a ciò che creava. Strana era strana. Non era come gli altri, ma non perché lo facesse di proposito.

Conosceva almeno più della metà della metà della gente della sua metropoli e se si fermava a chiacchierare con ciascuna delle sue conoscenze erano sempre sorrisi e strette di mano, complimenti e rimostranze d' affetto.
Eppure trascorrevano molti giorni prima che Manuela uscisse nuovamente un venerdì o andasse fuori di sabato. Non era asociale, eppure nel suo sguardo si poteva leggere il distacco tra sè e gli altri. Li disegnava con l' iride dei suoi occhi, coi movimenti tracciava dei cerchi, delle linee, come con un goniometro, come un compasso; studiava e disegnava rette sulla gente, mentalmente, ma si percepiva, la gente capiva che era come essere sempre sotto esame quando parlava con lei, eppure in verità lei non li stava esaminando, li stava creando per come li vedeva, li stava rielaborando in base al suo istinto, in base alle sue conoscenze. Cercava l' armonia.
Parlava tanto Manuela e si lasciava trasportare dalle parole e ascoltava, sapeva farlo e anche bene, capiva da tutto, dalle esperienze degli altri, dalle sue, assorbiva tutto il necessario per poter vivere, ma non succedeva sempre, di poter vivere.
Eppure non capitava sempre così. Una mattina andava di corsa verso l' accademia, posò la sua bicicletta ad una ringhiera del cortile, si sistemò la sciarpa, si tolse il berretto, si sistemò i capelli e si abbassò a raccogliere la carpetta coi disegni che le era appena caduta. Mentre cercava di mettersi a posto, tra le mani gelate e il fumo del fiato, le guance rosse oltre che per le pedalate anche per la pressione sanguigna che aveva fatto un veloce balzo, si girò, e poggiato alla maniglia di una porta vide due occhi di una sagoma ferma a braccia conserte e gambe incrociate, fu il rumore delle chiavi a farla balzare, erano ancora le otto del mattino e non si aspettava di trovare qualcuno, come del resto non era capitato negli ultimi due anni.
Abbassò lo sguardò per la timidezza e si mise a camminare, ma un istinto più forte di lei la spinse a voltarsi, lo fece e le sembrò di vedere un' ombra nera che si allontanava lentamente. Rimase immobile qualche istante e a fissare il punto dove aveva incrociato quegli occhi, poi proseguì il suo cammino senza badarci tanto.

Faceva sempre in questo modo Manuela, se poteva spiegarsi qualcosa la squadrava, se non ne aveva i mezzi la lasciava perdere.

Era ormai quasi l' una e bisognava pranzare, ma era sola, quella mattina non c' era nessuno dei suoi conoscenti, e conoscenti erano, avrebbe potuto sapere anche il minimo dettaglio della loro esistenza ma non li sentiva mai completamente suoi: né suoi amici, né suoi amori, né... altro, conoscenze appunto.

Si sedette distrattamente a mangiare un panino, vide una vecchia collega e si salutarono, una persona importante che nel frattempo stava incrociando a sua volta un' altra persona per lui importante e dieci minuti dopo vide anche il suo penultimo ex.

Se quell' ora fosse stata una struttura o un edificio sarebbe stata sicuramente un monastero. Manuela s' immaginava tutto questo via vai di anime come se fosse proprio un monastero. Tra preti che pregano, altri che dormono, quelli che mangiano e che confabulano. Un monastero di persone tutte uguali, con la panza piena di segreti. Poi si mise a sorridere, perché dacché tutta la scena e le persone erano il monastero di anime e preghiere a bassa voce, dopo immaginò tutti loro, davvero, come se fossero in un monastero.

Immaginò un grande portone all' ingresso, da cui sarebbero entrati ed usciti tutti i suoi personaggi, un cortile antistante ad un' altra entrata principale preceduto da pochi scalini a forma circolare racchiusi da un muretto basso. Lei sarebbe stata seduta proprio in quel muretto di cemento, e avrebbe avuto una visione d' insieme sulla scena, lei così esile in confronto alla magnificenza della costruzione che aveva immaginato.

Stava per dare l' ultimo morso al suo panino, ma stava per strozzarsi, alzò la bottiglia dell' acqua e bevve a gran velocità. I suoi occhi rossastri e fuori dalle orbite si chiusero al primo sorso, quando riabbassò la bottiglia e riaprì gli occhi lo vide davanti a sè. L' ombra di prima era là. Le disse di non scomodarsi e lo diceva mentre il suo busto si piegava in avanti verso di lei, sembrava un ballerino, si muoveva agile, ed era vestito, con calze colorate e pantaloni neri piegati fin sotto al ginocchio, la sciarpa identica alla sua avvolgeva il suo collo, mentre un lembo di questa giaceva sulla sua schiena, la giacca corta e scura disegnava il suo corpo sicuro, ed un ciuffo di capelli scuri scendeva ad accarezzare i suoi occhi chiari.
Manuela si ritrasse e lui disse: "non aver paura. Non ne ho io di te perché tu dovresti averne di me?". Lei misurò la sincerità nel suo sguardo, si girò verso il passato che era appena passato davanti a lei (il suo ex, per essere precisi come il righello di Manuela), guardò il probabile futuro mentre si spiava con la donna rossa che era stata il suo passato (quelle due presenze di cui sopra).
All' improvviso un angolo del suo labbro si alzò soddisfatto verso la persona che la invitava ad alzarsi e a portarsi fuori da quegli schemi. Porse una mano allo sconosciuto e così per la prima volta disegnò la sua vita senza squadre e senza matite. I colori a tempera macchiarono tutti i contorni che aveva elaborato in precedenza, le linee rette s' incurvarono, diventarono spirali, si fecero alberi e fiori, e ancora fiori distorti dentro le spirali. Era una nuova dimensione. Quando l' abbandono alla vita fu totalizzante si lasciarono le mani sul prato verde bagnato di brina, lui ne baciò una, lei disse "ciao" e lui ricambiò, si spostò i capelli con un soffio, girò su di sè e sparì per sempre, e lei visse finalmente felice e contenta.

martedì 2 dicembre 2008

Servigi

- "Si tolga, devo passare.

- "Complimenti per l' educazione signorina! Non si chiede più il permesso?"

- " E' da due ore che mi sta davanti agli occhi e sa bene di essersi parato davanti a me, non vedo in che modo dovrei o potrei chiederle il permesso, oltretutto qua c' è una fila incredibilmente lunga da rispettare e Lei continua a dire - no, non sono in fila, no, tranquilla, fra cinque minuti arrivo, no sto solo facendo un esperimento - beh, le do io l' esperimento! Voleva che qualcuno oltre a guardarsi negli occhi per comunicarsi che Lei è un folle glielo dicesse in maniera chiara??? Eccomi, ha trovato quel qualcuno: Lei - è - un - pazzo! Scatenato, nella sua flemmatica quiete da gentleman da strapazzo, e stia tranquillo che se mi trattengo nell' insultarLa è solo perché qui davanti ci sono i Suoi bambini".

- "Lei è completamente esaurita si faccia controllare".

Lei gli sussurra ad un orecchio: "togliti dalle palle, fuori ci sono i miei amici che devono entrare per rapinare, sbrigati ad uscire fuori da qui e portati i tuoi due bambini".

Mancavano appena quaranta minuti alla rapina quando Marzia mise piede dentro le poste, si mise in fila, ed aspettò il suo turno. Un turno che non sarebbe mai stato simile al turno degli altri pensionati, uomini normali, anormali, pancioni, ragazzi, affittuari, musicisti, rapper o che altro fossero, no, non aspettavano per le sue stesse ragioni.
Li guardò tutti: uno per uno. Marzia non poteva fregiarsi del titolo di filantropa, cinefila, cinofila, musicofila, ma tuttologa lo era: riconosceva a migliaia di chilometri di distanza la psiche umana più distorta della sua e a volte anche ad occhi chiusi, fiutava la gente, la capiva, solo che spesso la ignorava e le sfuggivano particolari che con una buona conversazione avrebbe potuto non soltanto catturare ma capire da una misera e sola, breve, guardata.
Notò lui quasi subito e si accorse della sua strana aria, lei che non era nemmeno esterofila sperava che non fosse straniero, perché qualcuno doveva pur salvarlo "se lo meritava", doveva fare la sua buona azione della giornata, per quanto lei di buone azioni non ne faceva mai.
Si alzarono dalla sedia un paio di bambini che lo chiamarono "zio" e tanto bastò per farle pensare che: 1) i bambini erano italiani e lo sarebbe stato certamente anche lui; 2) bastava già la presenza dei bambini per salvargli la vita, 'ché se il mondo è una vera cloaca almeno bisogna lasciare l' opportunità alle giovani reclute di poter diventare da grandi degli ottimi netturbini contro il male.

Marzia aveva un grosso problema tra gli altri: percepiva il male degli altri ma non il suo.

Lo zio, stava là fermo, immobile di fronte a lei, parlava ad un auricolare a voce veramente bassa, era una di quelle persone a modo che non si fanno notare per altre caratteristiche che non fossero l' essere signori distinti, eppure indossava scarpe da ginnastica, una tuta sportiva a cui era aggrappato il suo lettore per musica.
I suoi capelli puliti, brillavano con il riflesso del sole che dai vetri sembrava riversarsi come un vestito solo su di lui.
Marzia per un momento si era anche dimenticata dello scopo per il quale si trovava in quel posto. Lo zio l' aveva notata, e il tono della sua voce si era leggermente alzato, per attirare la sua attenzione o perché in fondo, era una di quelle persone che adorano pavoneggiarsi. Fu, comunque, questo suo salire sul palcoscenico che spezzò l' incantesimo che Marzia aveva creato. Se lui avesse continuato ad agire in quel modo e proseguendo a farsi ascoltare Marzia non avrebbe potuto trarlo in salvo. La Terra era fin troppo piena di roba marcia per lasciarlo crepare là dentro, doveva fare in modo poi, di rivederlo, 'ché poi, il suo scopo era quello, al bando le stupidaggini, a lei interessava poterlo trovare là fuori.
Probabilmente lui non l' avrebbe mai potuto conquistare dopo una rapina, ma confidava nel suo senso di giustizia, nell' averlo tratto in salvo cercando d' imprimergli il suo respiro sussurrandogli dentro un orecchio ma non pensava minimamente agli altri che si trovavano dentro quella stanza, non aveva la minima idea di cosa e chi quelle persone avrebbero vissuto appena avrebbero varcato la soglia di casa, all' uscita da quel luogo.

"Non osare provare ad urlare" aggiunse la ragazza, puntandogli la canna della sua pistola dietro la schiena. L' uomo accompagnò con le mani i bimbi fuori dal posto mentre gli facevano un accumulo di domande alle quali non poteva rispondere.

Per la legge di Murphy quando cambi fila, quella in cui ti trovavi tu inizia a muoversi mentre l' altra in cui sei adesso rimane immobile. Marzia non l' aveva messo in conto, né quando mi chiese di cominciare per lei questa storia né dopo quando fu vittima di questa assurda, immorale, fuori luogo, prepotente legge che da secoli affligge l' umanità. Non ne poteva più e continuava a supplicarmi di trovare un altro espediente per farla arrivare subito allo sportello, ma io non potevo trovarle altri escamotage, perché stavo cercando di vedere dov' era finito lo zio. Poi lo scorsi poco lontano dalla banca che rideva e diceva tra sè "però da quando ho imparato la magia di far apparire le persone me ne stanno capitando di tutti i colori, questa della vita tratta in salvo è stata mitica... però, adesso quando pago la mia bolletta???".

Fine.

lunedì 1 dicembre 2008

Buon Dicembre ^ ^

L' albero di Natale sembra perfettamente a suo agio nel suo angolo della casa. Lo spazio non è grandissimo e lui spadroneggia con le luci e le palle, d' altronde se non le avesse non potrebbe farla da padrone (ok, la smetto).

Speravamo che ci aiutasse la piccola Giulia ma non poteva, ma con sorpresa è venuta la piccola Alessandra proprio mentre lo stavamo addobbando, ed è stato bello lo stesso.
Natale senza i bambini non ha lo stesso spirito, però, Natale senza i genitori o con soltanto uno dei genitori non è nemmeno un buon Natale, e se non ci sono i genitori è carino poter addobbare l' albero con le cugine più grandi, no?!
Mentre stavamo mettendo una pallina, un pensiero è volato a sua madre che non c' è e mi è venuto di sentirla viva. E' brutto non avere la mamma a qualsiasi età, soprattutto, da bambini.

Oggi era pure il compleanno di mia zia "signorina" (singleina non è più cool?!), abbiamo mangiato la torta, fatto qualche foto, Giulia da piccola pestifera ha capito quando era il caso di cambiare posto... evviva la torta!

Poi, a fine serata, ho dato una sbirciata ai miei pensieri natalizi, e ne ho tanti, tanti quanto i ricordi, che poi sembrano pochissimi ma sono così tanti (l' avevo già datto, vero?!), anche l' albero è uno solo, ma ha un sacco di oggetti e oggettini all' interno.

Quest' anno a Natale voglio qualcosa che già mi fa sorridere solo al pensiero, ma non dico cos' è perché si deve avverare e se spiffero* tutto non succede.

Buon Dicembre a tutti ^^

* Chi spiffera tutti i segreti?!

Lo spifferaio magico!