martedì 1 dicembre 2009

"Ed è difficile ignorare un chiodo fisso":

disse un mattone forato che non fungeva da muro, non appendeva quadri e non faceva niente di niente.

lunedì 30 novembre 2009

Cambio prospettiva.

Un cielo azzurro metallo attraversato da nuvole bianche contornate d'argento, e non ero qua.
Un cielo azzurro intenso bucato da un sole arancione che mi sfiorava con con le sue braccia afose, ed ero da un'altra parte.
Un cielo grigio che mi toccava, freddo, mi truccava con la sua rugiada, mi chiudeva gli occhi con il suo fiato, ed anche questa volta non ero qua.

Un cielo di nuvole azzurro metallo... e fai attenzione che se ti cade in testa ti fa qualche danno.
Un cielo che mi chiude gli occhi con il suo fiato... avrà mangiato pesante.
Un cielo azzurro intenso bucato... se pure profumato, che detersivo sarà stato usato?

sabato 28 novembre 2009

Lo giuro fino alla morte.

Tra i miei blog "amici" (più siti sconosciuti che altro), ve n'erano moltissimi che spesso mi lasciavano perplessa sui contenuti, perché pur parlando di qualsiasi sorta di argomento, finivano con il far riferimento a qualcosa che io avevo fatto o scritto.
Mi piaceva un ragazzo in quel periodo e io pensavo che tutto ciò partisse da lui, che era innamorato, o più o meno lo speravo.
Andava così: io leggevo e interpretavo, e cercavo di capire cosa veniva scritto. Poi cominciai a capire che ogni parola che leggevo, era creata su di un personaggio diverso da me ma nel quale io mi potevo ben immedesimare, al punto che, in base a cosa veniva scritto, poi potevo anche star male.
C'erano dei riferimenti chiari a me. E questo non riuscivo a spiegarmelo.
Circa un anno fa, di sera, mia sorella mi dice che sente un rumore strano, come un frastuono a basso volume.
Già da un po' di tempo io avevo cominciato a pensare che attraverso le onde radio, tramite il computer, qualcuno si era intromesso nelle frequenze della mia vita, ma non sapevo bene come funzionasse il tutto e credevo che fosse tutto frutto della mia fantasia. Solo che a quel punto, dopo il suono che aveva sentito mia sorella, la mia tesi, veniva in qualche modo avallata ma in un modo leggermente diverso e un po' più preoccupante.
Infatti, casa mia è sviluppata in più piani e nel piano delle camere da letto non c'è un pc, quindi, quella sera che sentimmo il "rumore", questo proveniva da giù, eppure il giorno dopo, quando andai a rileggere qualche blog trovai nuovi riferimenti a me e mi stranizzai ancora una volta. Probabilmente, il tutto non si limitava al pc.
Anche dalla televisione notavo delle stranezze ma mai avrei potuto pensare che c'entrassero qualcosa con la mia vita "reale".
Capitò un fatto, però, credo verso Gennaio. Accesi la radio, dopo tanto tempo. Sentii commentare ogni minima azione che stavo compiendo: "guarda si sta alzando ... dove va ... fugge ... che fa si siede? ... si cambia ... etc...".
Strano lo era in effetti, e infatti non ignorai il fatto.
Non avevo idea della portata della situazione. Mi misi ad ascoltare ogni singolo giorno, cogliendo doppi sensi, e frasi direttamente a me rivolte.
Rimanevo ferma a pensare quando da un programma mattutino, uno dei deejay diceva: "prova a guardare dentro la radio, con le nuove tecnologie, veramente qualcuno potrebbe nascondercisi dentro", oppure, un altro che diceva che se si viene spiati bisogna andare dai carabinieri, mica da Striscia la notizia o dalle Iene, soprattutto, se la persona che vediamo nel nostro schermo è ignara di tutto, mentre gli altri, riescono a vedere, sì insomma, bisognerebbe segnalare il tutto.
Io, intanto restavo con i miei sospetti, chiusa in casa mia, senza capire, sforzandomi di comprendere.
Una sera, guardavo un programma divertente e spunta l'imitazione di due individui rappresentati con i baffi e non ricordo se con la coppola, e questi due, chiedono di poter far inserire una ragazza nel mondo dello spettacolo, dicono delle cose, io ormai da tempo, in quel periodo, ho cominciato a raccogliere altri elementi anche a partire dalla televisione, a leggere stranezze negli spot pubblicitari e in alcune trasmissioni. Vedevo gli sguardi dirigersi verso posti strani. Reazioni particolari a frasi dette.
Intanto dalla radio la situazione si esaspera. Tanto che mi convinco quasi di conoscere ormai tutti quanti.
Spengo la luce se vado in bagno. Faccio azioni anomale per chi mi sta intorno, che sa delle mie convinzioni ma non mi crede.
Parto per fare il servizio civile, e dentro la casa me ne succedono di tutti i colori. Una sera, in cucina, P. mentre si parlava di qualcuno che viene attratto da tante sfortune, mi guarda di nascosto, ovviamente io lo vedo, ma non capisco come può una persona che non ha mai avuto nulla a che fare con me possa affermare un discorso del genere.
Intanto mi succedono alcuni episodi particolari. Comincio a vedermi ogni giorno osservata. Decine di persone in moto mi ruotano intorno. Accanto a me vedo ragazzi che ascoltano i loro lettori mp3. Mi osservano, dicono discorsi strani.
Comincio a metterli alla prova. Come una scheggia impazzita li confondo. Una ragazza non scende dal tram all'ultimo secondo, poi io vado giù, quando lei ormai non se lo aspetta più la osservo fuori dal vetro, lei mi fissa.
Intanto noto che tutti parlano di calcio, e di schemi "fantomatici". I titoli dei post nei vari blog cominciano ad essere tutti collegati.
Ci sono in palio delle scommesse? Sono diventata solo una posta in gioco?
Cos'è la mia vita? E' un dominio pubblico con il quale si può ridere? O peggio è un mezzo attraverso cui ci si fa denaro?
Ieri sera lo rivedo: vedo un altro personaggio "comico", e anche questo parla della riuscita della carriera di una ragazza, anche questo è rappresentato con i baffi. Anche questo sembra un manager.
Io non ne ho mai avuti.
Chi li ha lo sa. Io non ne so nulla.
Intanto nel frattempo, ho lasciato il servizio civile, perché dentro casa i miei coinquilini mi rendono la vita impossibile, perché non ne posso più di pensare che la mia vita è tutta un gioco, perché so che non lo è, perché vivo nel reale, perché se fossi in un campo da gioco certamente sarebbero diverse le mie giornate.
Sono molto stanca, molto povera e molto messa in mezzo a cose di cui io non so un'emerita mazza.
Non so da dove tutto ha inizio, non so in che modo possa finire, ma so che io non c'entro nulla, e posso affermarlo e giurarlo fino alla morte.
Perciò chi crede il contrario, adesso, sa qual è la verità, se ha una coscienza, dato che legge, parli adesso con le autorità e mettiamo fine a questo scempio, subito.
IO NON SO COSA FARE.

sabato 14 novembre 2009

A te che mediamente mi hai insegnato a parlare.

Un grande mondo interiore - che non si limiti soltanto a chi hai amato, a cosa hai vissuto e a ciò che vorresti aver fatto - porta a considerare e a riflettere seriamente sul momento storico nel quale si vive - o di cui si è venuti a conoscenza, tramite forme moderne o "antiquate", di un passato senza ritorno - e a spunti di riflessione sul futuro, che riguardano l'ambiente o tematiche culturali, psicologiche o sociali, dalle più diffuse alle meno frequentate.
Chi ha una forte consapevolezza del tempo in cui si muove e si applica nel soddisfare le sue curiosità e i suoi crucci o preoccupazioni sul cosa ne sarà di noi poveri mortali, precari, poveri, soli e angosciati, sa di sicuro che esiste un'altra "fascia" (o "fetta": o - chissà perché a parte questi due sinonimi usati dalla tv non mi vengono in mente altri modi per poter esprimere lo stesso concetto... forse potrei utilizzare il vocabolo "spaccato", ma anche questo fa riferimento alla scatola animata di cui sopra, in ogni caso, non è importante ai fini del mio post) di persone che non se ne cura proprio, ed una tra queste potrei essere io, ma magari non ne faccio parte o magari ne faccio parte ma solo in parte (e qui con questo gioco di parole mi sono "fumata" anche l'altra parentesi che ho aperto prima: ne sono dentro fino al collo e mi sto pure bagnando i capelli!).
Il punto (o il nocciolo, o il centro o il succo o... non posso inserire tutti i vocaboli che conosco! - Anche perché farei una figura mica tanto letteraria - e non spiego il motivo per una sorta di pudore nei miei confronti e di chi capisce i non detti) della questione, è che se anche guardi ventiquattro ore su ventiquattro i programmi televisivi, ascolti la radio dalla mattina alla sera - notti incluse e colazione non compresa - e senti parlare di guerra, morti, feriti e venditori ambulanti, strisce blu, gialle e bianche, libri in uscita e quelli più letti che possono essere della vita o della morte, presidenti che viaggiano, fanno e disfanno (e non è detto che qui il verbo "fare" si possa utilizzare per lo stesso ambito), di lodi senza il 30 e di ministri che li vogliono o che se ne pentono o che ti fanno capire una cosa mentre, in realtà, ne desiderano un'altra, di bamboccioni che stanno a casa e cliccano i tasti del computer e fanno i blogger quando magari: chissà!? Forse sarebbe più costruttivo se invece di scrivere (che può essere un modo "inutile" per tenere vivo il pensiero), andassero a lavorare e poi, magari appena tornati da lavoro (fortunatamente la disoccupazione è una rappresentazione della mente di tanti giovani "parac**i" che vogliono soltanto giocare e non hanno mai mandato curricula che sono stati ampiamente ignorati o non hanno mai guadagnato una "miserrima miseria" di stipendio: che ne so?! Anche a distribuire pagine gialle mentre fuori il freddo quasi faceva pentire di trasportare quegli enormi malloppi di numeri utili... 'ché, io non ne conosco di gente così o che lavora per tutto il giorno e prende seicento euro da un anno e più senza speranza di riprendersi nonostante abbia un attestato di laurea affisso in bella mostra nella sua cameretta da bamboccione), si mettessero a riposare com'è giusto che facessero, davanti alla televisione, che da brava "mamma" insegnerebbe loro, tutte quelle cose che sicuramente loro non sanno.
Se la "mamma" dei bamboccioni fosse la tv, tutti sarebbero degli esperti in qualsiasi campo, tranne nella conoscenza di ciò che li circonda e a quel punto, quando, una volta spentala, venissero a concedersi il lusso di dire la loro opinione su qualcosa, certamente, non saprebbero come argomentarla. Perché? E' semplice. Quando stai davanti alla televisione puoi accumulare domande, alle quali nessuno ti può rispondere perché non ti sente (se non ti sente... ma in genere è vero che non ti sente, a meno che tu non sia provvisto di ultrasuoni capaci di essere codificati e trasmessi tramite onde o frequenze o impulsi, in un qualche canale dello spazio, che possano farti raggiungere il conduttore finale, che ha detto quella frase che proprio non hai digerito: di solito, ahimé, non capita).
Hai, dunque, due possibilità: la prima è che te ne freghi e continui ad assaporare le tue barrette di cioccolato, comodamente seduto a casa tua senza pensarci, mentre la seconda è sì di continuare con le suddette barrette di cioccolato nell'azione di rimpinzarti, ma puoi in aggiunta trovare un modo più equo e un po' più intelligente, d'informarti sui fatti e approfondire le questioni che non ti sono mai state chiare e che (qualcosa mi dice) non ti si acclareranno mai.
Qui, però o comunque, nasce, in ogni caso, un altro problema: da qualche parte dei tuoi studi, magari è passato un po' di tempo e non ricordi esattamente dove l'hai sentito - oppure te ne ricordi eccome, ma fai finta del contrario, in ogni caso sono fatti tuoi / o miei?! - hai imparato che tutto ciò che senti dai media è tutto ciò di cui tutti parlano perché ne hanno sentito prima parlare da loro, dunque, (se non vado errata), se vedi che intorno a te c'è solo gente che ne sa quanto te o anche meno, è davvero il momento di lasciarsi andare verso il mondo esterno e di fiondarsi dentro qualche libreria, nella speranza, che forse, dentro quelle pagine nessuno è figlio della tv come te (magari tu sei "il figlio del cuore", lui del pancreas e si è reso orfano prima che poteva), perché se di mamma ce n'è una sola e ti vuole bamboccione, quando ne hai due dello stesso genere e modello - ok, probabilmente di marca diversa - tutto diventa ancora più complicato.
Quindi, secondo me, internet è una buona occasione per essere bamboccioni ma senza far scoprire alla mamma che dentro c'è tutto un universo, e che chissà, forse, un giorno o l'altro, potrà aiutarti nella fuga che tanto mediti da tempo: ti proporrà indirizzi, luoghi di lavoro o di studio, ti mostrerà luoghi nei quali potrai spaziare, prima con il mouse, poi magari calpestandoli con i tuoi piedi, scriverai "Matrix" su Google, e improvvisamente, vedrai che non esiste solo il film ma anche un programma televisivo che si occupa proprio di te, caro bamboccione, poi inserirai un'altra parola chiave e vedrai altre splendide meraviglie del mondo: del gossip, della moda, del cinema, della letteratura, noterai che c'è gente che parla e osserva molto più di te, che dice la sua opinione con più mestria e destrezza, forse da loro imparerai qualcosa, forse da loro coglierai soltanto gli aspetti che avresti fatto meglio ad ignorare, forse non approfondirai lo stesso la tematica di cui ti hanno appena parlato in tv, e alla fine, quando ti troverai davanti ad un foglio bianco ed elettronico davanti, l'unica e sola cosa che farai, sarà di chiederti perché, già, perché loro là dentro sanno tutto e a te (e a me) rifilano sempre quattro informazioni che poi ci restano appiccicate a malapena, di cui non capiamo nemmeno il nesso logico che ci ha spinti a memorizzarle, mentre tutto l'altro miliardo di notizie ci sfugge di mano come tanti piccoli pezzi di carta mossi dal vento gelido invernale?

Per il resto: "che mondo sarebbe senza" ... la mamma? Che "la mamma è sempre la mamma" non vi sono e non v'erano dubbi, ma quando da una parte ti tiene il braccio e dall'altra ti dice che te ne devi andare, io, personalmente, qualche dubbio me lo farei venire su quanto possa essere tutelante per dei piccoli bambini quali siamo noi, e tutt'al più, farei in modo di parlarci... ah già, scordavo: non mi sente.

giovedì 12 novembre 2009

Devo ripassare.

Parlammo di computer fino allo sfinimento Esmeralda Matilde ed io, finché non arrivammo alla conclusione che trascorrere una serata alla pista di pattinaggio sarebbe stato meglio.

Trascorse del tempo senza vederci. Io dovetti partire per una città lontana, piena di fili di metallo, che attraversano il cielo, se lo guardi a testa in su, e la terra se cammini a testa bassa, e ti conviene davvero guardare dove metti i piedi, oppure puoi rischiare di cadere, eppure se ti ritrovi in un nuovo luogo da sola, forse è meglio se cammini tenendo sempre presente di tenerla alta, oppure ti destabilizzi.

Quando ci si trova soli in un luogo vuoto di affetti la reazione può essere univoca: si viene sovrastati da un immenso desiderio di tornare indietro o di averne tanti di nuovi (affetti, intendo).
Oppure la verità è che non siamo tutti uguali, e che esistono persone che abitualmente si adagiano in ogni posto in cui vanno e altre che, invece, è già tanto se si sentono bene se si aggrappano alle loro radici, sdraiate sui loro divani, a bere tisane calde in serate fredde, con il rumore della televisione alto a invadere la stanza, l'animo e i pensieri, e ogni tanto mi chiedo come si fa in certe occasioni a non perdersi mai un minuto della giornata, quando io, invece, nonostante tutti i miei numerosi difetti irrisolvibili, ne aggiungo ancora uno, e ne perdo tanti, quanto più vivo un attimo, tanto più poi penso a questo, e lascio andare via nuovi momenti, stralci di conversazione che saltano via dal mio cervello- database, mentre ormai so che è un gioco inutile e masochista, ma non ho ancora trovato il modo di trovare una soluzione a questo.
Le chiamano preoccupazioni, gli umani. Così mi sono convinta che mi succeda di estraniarmi perché sono preoccupata. Eppure io so che se lo faccio è perché devo arricchire il mio archivio cerebrale, per poi stilare la relazione che invierò ai miei complanetanei, i quali ormai da troppi anni stanno sperando in un mio ritorno. Non i miei capi, però, loro no.
Hanno fatto di me un oggetto di guadagno. Hanno rubato dagli umani l'idea dei media, e creano e rubano idee a loro attraverso me.
Non ho più una vita privata e nessuno dei miei conoscenti se ne cura. No, non parlo degli umani: sono esageratamente differenti da me per poter sperare che mi giunga un aiuto concreto da loro. Mi riferivo ai miei vecchi parenti che fluttuano nel cosmo. Almeno uno fra di loro potrebbe correre in mio aiuto, ma non succede. Mi arrabbio. Mi calmo. A che serve? A nulla. Appena, quindi, afferro la conclusione poco prima menzionata, ripenso a Esmeralda Matilde Lapis e alle dicerie sulla sua scomparsa. Io so che era una persona da studiare, lo stavo facendo già... ma si sa che chi ha più potere ti toglie il caso delle mani, appena vede che l'acqua è buona da poter trainare verso il proprio mulino.
So che tra i miei simili starà bene, perché lei ha quel qualcosa di inafferrabile che io non ho, lei non chiede niente di più se non di essere felice per ciò che ha e chissà se tra questa unica cosa che lei domanda ci sarà anche uno spazio che mi riguarda: forse si commuoveranno e torneranno a prendermi.
Io li aspetto, e intanto scrivo, per mettermi in contatto con Lapis in qualche modo, dal mio pianeta si sentono le vibrazioni della mente, e i miei pensieri tremano quando penso a tutto il bene che c'è nel mondo e che non ho ancora imparato a gestire.

E in questa maniera, scrivendo e scrivendo, mi estraneo ancora, e loro studiano, ed io, non sono ancora completamente soddisfatta di ciò che per il momento sono.

Loro si arricchiscono ed io continuo a ripassare.
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Avete appena letto la seconda parte di un racconto NON autobiografico. Qui la prima parte.

mercoledì 11 novembre 2009

Solo se fossi una maestra.

Esmeralda Matilde Lapis, era una donna della mia stessa età, anche lei aveva due nomi e i miei stessi colori: occhi castani, capelli castani, altezza uguale alla mia, anche il peso non si discostava di molto, e aveva una caratteristica che ci rendeva simili più di quanto entrambe volessimo ammettere: condividevamo, infatti, in ogni frangente delle situazioni presenti nelle nostre vite: le stesse opinioni e gli stessi pensieri, soprattutto, quando volevamo dire che le nostre idee erano completamente differenti (le sue dalle mie e le mie dalle sue).
A me piaceva far venire il mal di testa alle persone con cui conversavo, a lei intrigavano, invece, i discorsi semplici e lineari. Ignorava, però, che la linearità può ingarbugliarsi più e più volte, fino a farle cambiare qualsiasi concetto che lei stesse pensando, e il tutto in un solo istante.
Esmeralda Matilde Lapis, non era né il mio doppio, né il mio alter ego, anzi, era soltanto una persona, diciamo più una macchietta che avevo incontrato durante un'uscita con Neutro (il mio caro, vecchio, buon amico fraterno Neutro: è impossibile non volergli bene, sa sempre tutto e non rompe mai con la sua saccenza, nemmeno se lo torturi. Io lo adoro, anche se, so che se si esprimesse, ogni tanto, potrebbe fare faville. Prima o poi, glielo dirò, ma non oggi, per oggi sono impegnata con Esmeralda Matilde Lapis: andiamo al negozio di elettronica: lei è ancora un po' troppo antiquata, bisogna aggiornarla su tutto ciò che potrebbe fare con dei buoni programmi e uno scarso pc.).
Esmeralda Matilde Lapis mi porse la mano per presentarsi, utilizzando la vecchia (e mai fuori moda) formula: "piacere di fare la tua conoscenza", io le risposi: "ancora non ti conosco, te lo dico fra un mese se è un piacere pure per me, per adesso, ti auguro che sia un piacere per te, il conoscermi", ma dalla mia presentazione, qualcosa mi lasciava presagire che sia lei, sia tutti gli altri, (i quali si trovavano per nulla distanti da noi) già mi avevano ampiamente catalogata da qualche parte in cui mi sentivo fuori luogo. E poi, chissà, il perché.
Esmeralda Matilde Lapis, mi chiese se almeno potevo dirle il mio nome. Era buona. Qualsiasi altra persona se ne sarebbe già andata via, ma lei no, lei rimaneva là imperterrita ad ascoltare, a cercare di capire, di sicuro, lei non era me, ma mi sembrò di avere davanti un ottimo strumento per conoscermi meglio, poi di cognome faceva Lapis, chissà che donna interessante avevo davanti, e quasi quasi me l'ero lasciata sfuggire.
Quindi, assodato che da Neutro non potevo carpire nient'altro che oggettività e impressionismo, decisi di affidarmi, alla conoscenza di Esmeralda Matilde Lapis.
Solo pronunciare il suo nome mi colorava la giornata, e tra lei e Rossana, si viveva in un mondo fatto di vernice, tempera e mondi colorati. Rossana era sua sorella, per fortuna non la lasciavamo mai parlare, perché ogni volta che le concedevi un po' di spazio era soltanto capace di creare caos e scompliglio, e, però, aveva quel nome, che si faceva perdonare sempre tutto, e lei lo sapeva, la maledetta: ci giocava su, finché non arrivava il momento della verità, e giungeva puntuale sempre, perché se messa alle strette da noi o da chiunque altro, si aggrovigliava i piedi e cadeva miseramente senza alcuna speranza di potersi riprendere. Era così, non si conosceva ancora abbastanza, piccina com'era.
Esmeralda Matilde Lapis invece, lei, sì lei era di tutt'altra pasta: così irritante, ma così simpatica, eppure così pessima, e così semplice, e così misurata, e così bonaria, e mai sopra le righe e mai un po' fuori dalle stesse, un'autentica Lapis, tale e quale a suo padre.
La invitai una sera a mangiare a casa mia, e mi disse che era a dieta. Che un Lapis fosse a dieta non l'avevo mai sentito dire da nessuno, ma lei, che ci poteva fare?! Lei era diversa! Doveva dimagrire l' "indimagribile", ma per fortuna, le sue diete erano sempre infinitamente finte. A parole chissà cosa ti faceva pensare, mentre quando si finiva a fare i conti con i fatti, non poteva sfuggire dalla realtà di ciò che lei era.
E niente: ci frequentammo per un mese, poi lei mi chiese: "possiamo presentarci di nuovo?!", la giovincella, evidentemente, voleva sapere cosa pensassi di lei. Io le risposi di no, com'era ovvio che rispondessi. Ci rimase male, ma che altro si poteva fare?! Continuare a frequentarsi, no?! Sì. Così, da quel giorno, io le promisi di insegnarle ad usare il computer e ci separammo raramente e per cause più grandi noi.
Esmeralda Matilde Lapis è insostituibile, ma devo piegarla di più al mio volere: mi piace comandare mentre lei non ci pensa neanche e questo è male in questo mondo.

Devo proprio insegnarle tutto io?!

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Avete appena letto la prima partedi un racconto NON autobiografico. Qui la seconda.

giovedì 24 settembre 2009

Non ho mai detto di non essere sconclusionata.

L'idea di partenza (termine non scelto proprio a caso), era di scrivere qualcosa al mio ritorno a casa, all'incirca tra un mese, ma dato che fuori lo scenario è grigio fumo tinteggiato di nero da qualche parte, visto che ho sul naso gli occhiali da vista, che sono piegata sulla tastiera, che i tuoni non mi terrorizzano perché diffuse nella stanza ho musichette e jingle, ho deciso di sprecare qua un po' del mio prezioso tempo, anche se in realtà sono io a fare sempre la preziosa, noncurante di lui, però, lui che è più furbo di me, si vendica, e m'infastidisce dopo, s'impossessa della voce di mia madre e in siciliano mi dice che "cu prima 'un pensa all'ultimu suspira", che tradotto molto liberamente in italiano potrebbe significare di "non rimandare a domani ciò che puoi fare oggi, ma dato che tu lo fai in continuazione, ora beccati le conseguenze".
E quindi, dato che come traduttrice dal siciliano all'italiano non credo d'avere un futuro garantito, ma che a tradurre dall'inglese posso permettermi d'arrancare, mentre di scrivere in inglese, per il momento forse non è"cosa" mia. E dato che stanotte sono in vena di farmi cattiva pubblicità, vorrei soltanto dire, che l'immagine del mio blog è in tono con il mio stato d'animo: mi sento molto... non romantica, come dire?! Piena d'acqua? ... uhm... nemmeno. Mi sento con la faccia da luna? ... E ma insomma, no, non credo.
Mi sento solo parte dello scenario, ovvero se fossi qualcosa che non è un essere umano vorrei tanto essere una notte serena al mare. Nient'altro. Qualsiasi cosa di buono c'è in giro, lei la vive tutta. E' fantastico.
Adesso, mi è piaciuto tanto organizzarmi questo viaggio, anche se ancora mi manca un dettaglio fondamentale (che non scriverò per decenza nei confronti del buon senso comune delle persone organizzate e precise.)

*Si è appena spenta la musica, ora la pioggia comincia a sentirsi di più... mi sembra di essere dentro un trailer di un qualsiasi film, nel quale se cambi la musica, cambia pure la percezione del genere a cui appartiene.

Non so nemmeno io cosa vorrei dire o scrivere, ciò che c'è qua, oggi e stanotte, sarà uno dei ricordi a cui penserò di più quando mi guarderò intorno nei prossimi tempi, sarà come vedere un faro abbagliante da lontano mentre tutto è buio, se sarà buio.

Qui mi ci vorrebbe un'esclamazione in chiusura, ma non riesco ad esprimere cosa sento.

Fine. Stacco. Nuova sequenza. Inizio.